23 luglio 2009
Partito non è una parolaccia.
Partito vuol dire partecipazione democratica dei cittadini alla vita pubblica, dal comitato, alle feste, ai nuovi media.
Vuol dire comunità, iniziative, legame con i territori. Si deve rinnovare il partito, si deve aprirlo agli elettori ed alla società sapendo che il partito è un mezzo e non un fine.
Il fine è una società più libera e più giusta.La questione che ci siamo posti nei mesi scorsi non è se essere un partito "vecchio" o un partito "nuovo", ma se essere davvero un partito: cioè una libera associazione di cittadini dotata di identità riconoscibile, di organizzazione interna, di radicamento sociale, di luoghi di discussione e partecipazione, nonché di regole
liberamente accettate e condivise.
Non aver chiarito questi punti fondamentali ha indebolito il cammino iniziale del Pd e un tesoro immenso è andato perduto.
L’idea di partito che perseguiamo ora ha a che fare con l’idea di democrazia.
Rifiutiamo i modelli plebiscitari e riaffermiamo il valore dell’art. 49 della costituzione: i partiti sono strumenti di partecipazione, di formazione civile, di impegno individuale e collettivo, di mediazione virtuosa tra società e istituzioni, di selezione democratica della classe dirigente.
Un partito è una comunità di donne e di uomini che deve incontrarsi.
Per questo le iniziative popolari e le feste sono ritenute attività di partito essenziali, così come la promozione
di strumenti nuovi di comunicazione.
Ben venga dunque Internet perché amplia le possibilità di interazione ad ogni livello e favorisce la condivisione.
Un partito si organizza in circoli presenti in ogni luogo del vivere in comunità, ma può aprirsi davvero agli elettori solo se è radicato e riconosciuto nel Paese.
Una organizzazione giovanile vivace apre il partito alle energie più fresche della società.
Nel rispetto della reciproca autonomia, vanno coltivati rapporti con le organizzazioni sociali del lavoro, dell’impresa, dei consumatori, del volontariato.
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