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Scuola

30 settembre 2009
immagine Nei due anni trascorsi l'assenza del Pd sui temi della scuola è stata drammatica. Non solo è mancata l'elaborazione di una visione prospettica di quale scuola serva al paese, ma è mancata la reattività quotidiana all'agglomerato di misure che man mano il governo produceva. E' mancata soprattutto la discussione con e dentro gli organismi del partito , il coinvolgimento del mondo della scuola nella scarna elaborazione della linea. La capacità di mobilitazione sui temi della scuola da parte del partito è stata, e continua a essere nulla.
Il ministro ombra è stato scarsamente visibile e al suo posto qualche parlamentare più esperto si è assunto personalmente il ruolo di commentatore dei provvedimenti governativi. Come assessori regionali all'istruzione del Pd ci siamo spesso autoconvocati per assumere una linea comune mentre il confronto fra stato e regioni diventava fronte di maggior conflitto, e in parte anche di tenuta, rispetto alle dilaganti e dissennate misure del governo. Ma dopo numerose richieste siamo stati ricevuti solo una volta, per breve tempo, dal ministro ombra... Nel frattempo succedeva non raramente che le nostre dichiarazioni collidessero platealmente con quelle del partito, per diverso accesso alle informazioni, o differenti valutazioni dei fatti........ Più positiva è stata la interazione con il gruppo in commissione parlamentare, che però a sua volta mi è sembrato poco sintonico con il partito.

La estemporanea partecipazione di Franceschini alla manifestazione dei precari della scuola è stata esemplificativa di un approccio effervescente e superficiale, disancorato da una elaborazione di un insieme coerente di politiche per l'educazione.
Le scarse iniziative assunte dal partito in questi anni sono state rivolte ad una platea ristretta di addetti ai lavori, mentre nella campagna di comunicazione “generalista” i riferimenti ai tagli della Gelmini erano rituali, approssimativi e non raramente infarciti di inesattezze (come l'ultima esternazione dell'ex-ministro...).
L'indifferenza per la questioni dei costi o della “produttività” del sistema scolastico non è una argomentazione che aiuti a comunicare con quella grande parte dell'elettorato che nutre dubbi sulla inadeguatezza e autoreferenzialità del sistema scolastico . Dobbiamo dimostrare e rendere intuibile che per noi investire sull'educazione è un servizio rivolto a tutto il paese e non una difesa di alcuni settori della società che ci sono elettoralmente più vicini. E che quindi devono essere investimenti razionali, valutabili, riformabili.
Le analisi affidate al Libro Bianco del precedente governo, segnalavano disomogeneità di spesa e incongruità nella efficacia ed efficienza dei servizi di istruzione sul territorio nazionale, proponendo una sperimentazione a responsabilità territoriale di razionalizzazione, i cui benefici ricadessero sul territorio stesso. Tale analisi è stata più volte citata nei documenti ministeriali della Gelmini, a conforto delle politiche di tagli finanziari, ma mai evocata da chi ne aveva avuta la titolarità.
Anche quando lo sdegno per i provvedimenti del governo Berlusconi si è finalmente risvegliato, al di là dell'enfasi, la struttura argomentativa del Pd è stata maldestra o confusa. Per esempio di fronte al decreto sul maestro unico anziché ribadire la assoluta autonomia da parte delle istituzioni scolastiche nell'utilizzo del personale docente e deplorare il taglio delle ore si è impostata una campagna a favore del modulo motivata dalla specializzazione degli insegnanti di scuola primaria che però non è supportata da alcuna differenziazione formativa e che è scarsamente verificabile da parte delle famiglie.
Sulla questione del dimensionamento le regioni sono state lasciate sole a presidiare la loro rivendicazione di competenza, e quando i regolamenti ministeriali sugli organici hanno sostanziato i risparmi, o meglio i tagli, non c'è stata alcuna attenzione, fino a che con l'inizio dell'anno si sono resi visibili posti mancanti ed è iniziata la protesta dei precari.
Sulla riforma delle superiori in arrivo non mi risulta siano state fatte attività di elaborazione, e sul fronte delle proposte per la formazione, reclutamento e carriera dei docenti, parzialmente affrontate dalla proposta Israel tutto tace. Non un convegno, non un seminario, non una commissione a titolarità Pd ha raccolto su questi temi risorse professionali e intellettuali della nostra area per formulare una posizione coerente e .motivata.
Alla affrettata proposta di raccolta di firme per un referendum (su quale provvedimento?) si è sostituita la raccolta di firme a sostegno di un documento di cui poi non si saputo più nulla. (In Umbria la segreteria ha lasciato mucchi di manifesti e volantini nell'atrio della sede del partito senza neanche distribuirli...)

Ma ancora più grave mi pare la assoluta incapacità di aprire una discussione, di aggregare idee e opinioni intorno ad alcuni temi di lunga portata.
Ci sono due diverse strategie da tenere assieme, una sui tempi lunghi, ma non lunghissimi e una di copertura dell'attualità.

Nell'immediato è importante presidiare alcuni temi con interventi “quotidiani”:
-Questione dei precari: è una espulsione su basi puramente generazionali che invecchia ancora di più la scuola italiana. Neanche la maggior parte dei loro colleghi di ruolo è passata per un concorso. Non c'è nulla di meritevole, né di meritocratico nella loro esclusione.
-Inefficacia del decreto salva-precari, si limita a palliativi, ma i precari resteranno in gran parte espulsi dalla scuola
-Incoerenza di chi lamentando la funzione di serbatoio occupazionale della scuola espelle insegnanti e poi chiede alle regioni con soldi pubblici di mettere in campo azioni pedagogicamente estemporanee, ma segnate da intenti evidentemente assistenzialistici per occupare le medesime persone di cui lo stato si è sbarazzato.
-Urgenza di bandire i concorsi e ripartire con il reclutamento, anche in attesa di una riforma dello stesso. Alcune graduatorie sono esaurite e i giovani faticano ad affacciarsi alla scuola, anche quelli più motivati.
-Grave carenza di risorse per il funzionamento delle scuole. Pare che lo stanziamento finalmente in arrivo garantisca una media di 5000 euro per il funzionamento e 12000 per le supplenze a scuola. Quindi un giorno di supplenza scarsa ogni due per ogni scuola. Basta una maternità e salta il sistema....però si promette di mantenere i precari ex-incaricati con le supplenze brevi.
-Grave disparità nella dotazione di tempo pieno per la scuola primaria sul territorio nazionale. Dal 6% della Campania al 50% della Lombardia. Ed è sul modulo che si sono tagliate per o più le ore compiendo una ulteriore discriminazione.
-Numerosità delle classi e inadeguatezza del patrimonio edilizio progettato per classi più contenute
-Ritardo pericolosissimo nella adozione della riforma delle superiori. Le regioni dovevano già essere in grado di stendere, concertandola, la loro proposta di piano dell'offerta formativa regionale in base ai nuovi indirizzi. In seguito le scuole devono programmare i Pof, fare l'orientamento per i ragazzi (il ministro sostiene di farlo da sola su youtube...) , e solo dopo raccogliere le iscrizioni.
-La variabilità dei curricula affidata alle scuole ( che arriva fino al 40 % delle ore nei professionali) è svuotata dal fatto che si possono usare solo gli insegnanti nella dotazione standard, quindi non si capisce come per esempio si potranno adattare alle esigenze produttive territoriali gli indirizzi tecnici e professionali che sono stati ridotti in numero.
-i licei perdono le maxisperimentazioni, compreso il piano nazionale di informatica, il liceo riformato è mediamente impoverito rispetto a quello sperimentale sul piano scientifico
-tentativi maldestri o maliziosi di fare innovazione: come l'accordo con Microsoft che imporrebbe nelle scuole un rafforzamento di una posizione già abbondantemente dominante. Nella mia Regione ho invece finanziato la diffusione dell'open source.

In prospettiva il Pd dovrà elaborare su alcune questioni di fondo: fino a oggi mi sembrano dominare inerzialmente, per riflesso condizionato, nella narrazione del Pd sulla scuola alcuni temi su cui si esige invece un' ampia e disincantata riflessione:

Autonomia scolastica.
Quella che è stata la più efficace delle risorse retoriche nel nostro approccio ai temi della scuola, è in realtà una incompiuta e strutturalmente fragile istituzione. Non solo per la gravissima carenza di risorse finanziarie ma anche per la incerta e mal definita soggettività istituzionale. Quando si parla di autonomia scolastica chi è il soggetto? Un dirigente reclutato dal ministero? Un collegio docenti che mediamente cambia di un terzo dei componenti ogni anno, e che comunque non ha voce sulle scelte organizzative e amministrative della scuola? Un consiglio di istituto parzialmente elettivo che però ha scarsi poteri? Che senso ha una autonomia che non sceglie il personale, risorsa strategica nel campo dell'istruzione? A chi e su cosa rende conto la scuola delle scelte che l'autonomia le riserva? Il semplice termometro delle iscrizioni all'interno di un ipotetico campo competitivo non basta a indurre comportamenti virtuosi, o a sanzionare distorsioni. Una data scuola è spesso l'unica risorsa che un territorio mette a disposizione delle famiglie e la disparità informativa e di competenze rende l'utente mediamente poco qualificato a giudicare il prodotto-scuola che gli viene offerto.
Il progetto di legge Aprea ha offerto da tempo una proposta organica, discutibile ma articolata, di una scuola che potremmo definire grossolanamente organizzata in termini “aziendalistici”.
Quali modelli contrapponiamo a questa proposta? Una scuola centralistica e burocratica in cui l'autonomia funzionale si limita a investire solo e parzialmente le didattiche? Una scuola a governo elettivo, in cui gli insegnanti detengono la sovranità delle scelte, ma che esclude l'utenza? Una scuola del territorio, analoga ad un ente di secondo livello?
Quale autonomia scolastica propone il Pd?
In generale quale governance per la scuola?

Decentramento
In questi anni come regioni abbiamo costruito un accordo, sostanzialmente pronto per essere portato in Conferenza Stato-Regioni sulla implementazione del Titolo V, che prevede il passaggio alle Regioni di gran parte delle funzioni amministrative e di governo ora in capo agli uffici decentrati del ministero (sia provinciali che regionali). Non si tratta del modello che ha caratterizzato la regionalizzazione della sanità, perché il personale resta statale anche se viene utilizzato dalle Regioni..
Non mi risulta che su questo ci siano pronunciamenti del partito: l'ex-ministro si è sempre manifestato contrario personalmente, ma è mancata una discussione, curiosamente anche in occasione del confronto sul federalismo fiscale; tema che non coincide, ma è strettamente imparentato con quello del decentramento scolastico.

Scuola pubblica
Nonostante si debba al centro-sinistra la equiparazione quanto a servizio pubblico della scuola paritaria, è ricorrente il richiamo retorico all'equazione scuola pubblica=scuola statale.
La scuola statale in quanto tale godrebbe di uno status che garantisce pluralismo e serietà. In realtà la stessa scuola statale deve essere valutata. Compito dello stato dovrebbe essere definire Lep e standard qualitativi. E presidiarli con rigore per tutti. Rispetto al pluralismo ci si potrebbe chiedere se la titolarità statale sulla scuola valga a garantirlo in termini di uniformità del sistema nazionale o e se sia magari anche possibile arricchirlo in osmosi con specificità territoriali e culturali.
E' vero che la linea di frizione, la faglia della segregazione corre in Italia fra scuola statale e scuola privata? A me pare di no, salvo eccezioni nei grandi centri.
La porzione di scuola privata che sopravvive faticosamente nei settori della scuola materna o legata ad alcune esperienze educative specifiche non entra realmente in competizione con la scuola statale, e mi pare che non ne minacci la sorte. Dal punto di vista finanziario i flussi che giungono alla scuola privata sono impercettibili rispetto all'ordine di grandezza dei finanziamenti alla scuola statale.
Dobbiamo chiederci quale scuola della repubblica, piuttosto che del ministero vada ricostruita. E come sia in grado di rispettare il mandato costituzionale che le viene consegnato, in termini di parità, di opportunità, di uguaglianza, di merito.

A proposito di mobilità

Allo stato attuale una netta segregazione relativa allo status sociale familiare di partenza si verifica tutta all'interno della scuola statale italiana: dal liceo classico fino ai professionali si nota una chiara stratificazione sociale che concorre a stabilizzare, e non a fluidificare gli assetti sociali. La scuola italiana non sembra favorire la mobilità né il merito. Cristallizza per lo più le disuguaglianze, non le supera. Distribuisce più generosamente promozioni che promozione. Di fronte a titoli di studio svalorizzati restano prevalenti nell'indirizzare al lavoro e alle professioni la contiguità, le conoscenze, i favoritismi, il familismo. Il meccanismo dei test ormai generalizzati per l'accesso all'università e lo spostamento a livello post-superiore di molti percorsi professionalizzanti relativizzano il peso del titolo di studio scolastico. Resta il problema delle competenze maturate e il modo in cui possano essere riconosciute in una ottica di life-long-learning

Valutazione
L'ingiusta ed esplosiva situazione dei precari non deve farci dimenticare che connessa al merito va implementato un reclutamento impostato su concorsi, una valutazione della professionalità e della competenza dei docenti e una incidenza sulla carriera di questi parametri.
La stessa scuola deve essere oggetto di valutazione complessiva.
La difficoltà concettuale di una tale valutazione consiste nella complessità di un processo educativo, nei suoi aspetti di unicità, di relazionalità, di pluridimensionalità degli obiettivi (autonomia, maturità, responsabilità, senso critico, oltre che abilità e competenze specifiche).
Altra difficoltà è data dalle forti differenze di partenza che invalidano una valutazione giocata solo sui dati assoluti, misurati su prestazioni standardizzate. Nell'educazione l'incremento dei livelli di apprendimento è la misura reale dell'efficacia del processo. Un interessante lavoro di Andrea Ichino e altri ha suggerito una valutazione relativa ai progressi compiuti. Il meccanismo è però molto complicato, e resta il rischio di un disimpegno delle scuole sui casi più difficili dirottando altrove le iscrizioni per evitare di appesantire le proprie prestazioni.
In sostanza valutare si deve, ma è da dimostrare se si può... comunque provarci resta un dovere, anche per provare sperimentalmente a migliorare le strategie e per rafforzare la cultura della valutazione.

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Commenti
da Francesco , inviato il 3/12/2009
Il problema è cosa accade dopo essersi diplomati e/o laureati. Bene, il Pubblico scolastico se supportato da risorse adeguate.Da valutare caso per caso, il Privato scolastico. Gli indirizzi tecnici dovrebbero essere prevalenti, riservando nel contempo agli umanistici la giusta collocazione in base anche alle richieste del mercato. Gli stage all'estero dovrebbero essere quasi obbligatori e finanziati in parte dal Pubblico, al fine di porre i NS laureandi e/o diplomandi(soprattutto i più meritevoli) nella posizione di potersi confrontare con le realtà globali. Il ritornello è sempre lo stesso, si parla sempre di soldi,dove reperirli e come impiegarli correttamente.
da Gaspare Di Trapani , inviato il 6/10/2009
Onorevole Bersani,
mi chiamo Gaspare Di Trapani, ho 39 anni, sono palermitano, posseggo due lauree e sono disoccupato. Come me, in Sicilia, sono in tanti. Direi in troppi.
Le scrivo per dei chiarimenti, forse con la presunzione e la speranza che lei sappia cogliere uno spunto per cambiare radicalmente la condizione di un’intera generazione, che di impegno profuso e abnegazione al dovere ne ha fatto una scelta di vita. È implicito che non mi aspetto nulla, dal momento che le aspettative della mia generazione sono andate in fumo a tutto vantaggio dei malandrini e di chi ha saputo trovare le vene ricche da cui attingere linfa per sopravvivere; non credo, dopotut-to, che sia giusto giudicare chi ha saputo salire sul carro dei vincitori. Esiste tuttavia, in questa guerra tra poveri assoluti, una ragione che non viene soddisfatta, che è quella della presenza (o assenza) di uno stato, del rispetto di una condizione umana e sociale, del riconoscimento di un impegno per essere stato sempre e comunque dalla parte delle regole, senza in questo spiegare bandiere di parte. La mia regione non ha una storia partigiana, ne faccio personale ammenda, tuttavia ne ha una diversa, quella della strage dimenticata di Portella della Ginestra, dove le bandiere rosse furono rese ancor più tali dalla mafia, dai padroni asserviti al potere di uno stato colluso e fantoccio; la mia regione e la mia città hanno una storia straordinaria – nella loro tragica fine – di Uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Come Pio La Torre, Peppino Impastato e tanti altri martiri di una guerra per la conquista della legalità. Fin qui la storia è nota, almeno nel cuore della mia generazione, che l’ha vissuta in prima persona. Mi chiedo, onorevole, a fianco di chi è stata la sinistra, in quale anfratto del palazzo si sia allocata.
Noi avremmo avuto bisogno di una presenza forte, costante, di politici che avrebbero dovuto scuo-tere ogni siciliano, porta a porta, per spiegargli quale fosse la parte giusta, per aprire gli occhi ad un intero popolo e dire loro cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Come crede che abbiano fatto i soliti vincitori? Hanno indotto una mentalità, una cultura, una filosofia. Crede che la città più “azzurra” d’italia sia tale per solo per merito di chi ha saputo vendere un programma politico? Non è così. E non sono affatto sicuro che la mia città appartenga all’italia, come dimostrato dall’ultimo dramma. Ma qui ci siamo abituati. Andiamo alle attuali vicende, quelle che stanno affamando una specifica parte della mia generazione, incluso me, ammettendo che il mio pensiero è di parte, ad esclusivo vantaggio della collettività, della formazione della futura società siciliana; non so se lei, in quanto politico, riesca a cogliere la gravità della situazione. Per quanto mi riguarda ho le valigie pronte, quindi non si prenda pensiero; a me preme il futuro della mia terra, tutto qua.
La grottesca situazione della scuola in Sicilia, che di fatto rappresenta l’unica vera officina della formazione, per palese resa ed inadeguatezza delle famiglie, è il manifesto di una condizione di arretratezza assoluta e senza equivoci, che produrranno nel tempo un’altra società priva di valori etici, in cui il “capo dei capi” altro non è che “uno che ce l’ha fatta”. Si è di fatto sostituita un’educazione mediatica di bassa lega con quella sincera della cultura, dell’educazione allo studio, del premio al merito. Oggi è sufficiente aver trascorso un periodo in galera per aver assicurata una posizione nel mondo del lavoro, perché essere furbi conviene. E dove lo mettiamo l’intervento della sinistra, im-pegnata quasi esclusivamente in battaglie civili da paese che ha risolto tutto; ho visto manifestazioni per il diritto al matrimonio omosessuale, in una società in cui la popolazione studentesca ignora che la terra gira intorno al sole e che Garibaldi unificò l’italia. I diritti di tutti sono sacrosanti, ma un politico deve avere la condotta del buon padre di famiglia e non perdere mai di vista le priorità dei suoi cari. Avanzo, onorevole, dei dubbi sul fatto che la gente rappresenti “i cari” del politico, qui non è mai stato così. Manca la “volontà generale”, come quella di Rousseau, in cui il fine sia il bene comune e, aggiungo, in una sinergia di intenti che producano una società fondata sui lavoratori, come la pensarono i padri della Costituzione. Una società che non investe sulla formazione è destinata a scomparire, ad avere un ruolo negletto e di subordine, non soltanto nei confronti dello stesso contesto produttivo nazionale – il nord del paese – ma di più nei confronti di una società colta europea, preparata, che sappia di nuove tecnologie, come di arte, di educazione civica e di quanto necessario alla formazione di un soggetto pensante del presente. La Sicilia è lontana anni luce, abbiamo amministratori – proiezione dell’attuale società – che pensano esclusivamente al proprio tornaconto, con compensi da capitani d’industria. Palermo, potrei parlarne all’infinito, è una città dalla storia straordinaria, dove nacque la lingua italiana, già, alla corte di Federico II, oggi morta e sepolta in una condotta da sfacelo totale. L’errore è quello di non aver saputo formare, quindi educare, la popolazione fin dai primi anni di vita, nelle scuole, nelle università, affinché dimenticassero “l’errore dei nostri padri”, come disse un nobel siciliano. Ho visto la sinistra sclerale per il diritto all’immigrazione. L’immigrazione è un valore quando è regolata, non soltanto nei flussi, ma ancor prima nei comportamenti, nelle relazioni esistenti del paese ospitante; il paragone col passato italiano non tiene, era un’altra epoca, era un popolo cristiano che migrava in un paese cristiano, era un popolo che migrava in un paese scoperto da un italiano, le affinità c’erano e se non c’erano era facile crearle. Oggi è un’altra cosa, ma la sinistra buonista con gli occhiolini tondi, polemica e con sciarpe in cashmire ha saputo solo creare una casta di pseudo intellettuali buoni soli a cogliere lo scandalo in tutto ciò che ha veduto e vede. Il criterio di una società socialdemocratica è un’altra, è una società che investe sull’ambiente, che elimina il denaro contante e impone solo i pagamenti elettronici, è una società che mette in galera gli evasori, che aiuta gli anziani, i giovani, che trasformi le città in mostre permanenti delle proprie architetture, che ospiti i giovani artisti di tutto il mondo ad impreziosire le proprie piazze, che privilegi il dialogo, il rispetto del proprio prossimo, che renda gratuito l’accesso alla cultura, che imponga l’uso del mezzo pubblico, che arresti i mafiosi, che non consenta ad uno “arrivato” di imporre la propria informazione. Una socialdemocrazia, a mio perso-nale avviso, è anche questa. L’accoglienza dell’immigrato deve essere un valore aggiunto al progetto di una società migliore, più evoluta, progressista, in cui egli stesso deve poter far valere il diritto ad una sana competizione, in cui esista un minimo tariffario per tutto, in cui esista un standard di vita comune socialmente accettabile e garante della propria dignità di individuo. Tutti, immigrati inclusi, devono avere il diritto a possedere un frigorifero, un televisore, un letto ciascuno. Oggi, nella mia città, c’è l’assoluta indifferenza a tutto quello che renderebbe migliore la sua condizione. Che spreco. Gente strapagata, progetti faraonici e intanto c’è chi non mangia, o che mangia solo pane e pa-sta. Questa è mancanza di formazione, di apertura alla realtà delle cose.
Non vedo alcun futuro per questo paese, imbrutito da una stupida burocrazia, un paese che è tutt’altro che moderno, dove per spedire una lettera si fa ancora a pugni all’ufficio postale. Si deve ancora leccare la busta, compilare dei moduli cartacei e fare la fila. Poco più dei tempi del telegrafo. Onorevole, io lascerò a malincuore questo paese, che si è rilevato mediocre alle mie aspettative, per cercare un lavoro, per farmi una famiglia, per vivere, per soddisfare il desiderio ad avere ed educare un figlio. Le mie richieste sono quelle di migliaia di uomini come me, quelli che dovrebbero mettere in moto l’economia, i quarantenni. Eppure il “mio” paese è parte integrante dei Grandi Paesi della terra.. c’è chi sa vendere il ghiaccio agli eschimesi..
Non si dimentichi di questa regione. I miei personali auguri per i suoi progetti.
Ad maiora.
Gaspare Di Trapani.

da Gaspare Di Trapani , inviato il 6/10/2009
Onorevole Bersani,
mi chiamo Gaspare Di Trapani, ho 39 anni, sono palermitano, posseggo due lauree e sono disoccupato. Come me, in Sicilia, sono in tanti. Direi in troppi.
Le scrivo per dei chiarimenti, forse con la presunzione e la speranza che lei sappia cogliere uno spunto per cambiare radicalmente la condizione di un’intera generazione, che di impegno profuso e abnegazione al dovere ne ha fatto una scelta di vita. È implicito che non mi aspetto nulla, dal momento che le aspettative della mia generazione sono andate in fumo a tutto vantaggio dei malandrini e di chi ha saputo trovare le vene ricche da cui attingere linfa per sopravvivere; non credo, dopotut-to, che sia giusto giudicare chi ha saputo salire sul carro dei vincitori. Esiste tuttavia, in questa guerra tra poveri assoluti, una ragione che non viene soddisfatta, che è quella della presenza (o assenza) di uno stato, del rispetto di una condizione umana e sociale, del riconoscimento di un impegno per essere stato sempre e comunque dalla parte delle regole, senza in questo spiegare bandiere di parte. La mia regione non ha una storia partigiana, ne faccio personale ammenda, tuttavia ne ha una diversa, quella della strage dimenticata di Portella della Ginestra, dove le bandiere rosse furono rese ancor più tali dalla mafia, dai padroni asserviti al potere di uno stato colluso e fantoccio; la mia regione e la mia città hanno una storia straordinaria – nella loro tragica fine – di Uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Come Pio La Torre, Peppino Impastato e tanti altri martiri di una guerra per la conquista della legalità. Fin qui la storia è nota, almeno nel cuore della mia generazione, che l’ha vissuta in prima persona. Mi chiedo, onorevole, a fianco di chi è stata la sinistra, in quale anfratto del palazzo si sia allocata.
Noi avremmo avuto bisogno di una presenza forte, costante, di politici che avrebbero dovuto scuo-tere ogni siciliano, porta a porta, per spiegargli quale fosse la parte giusta, per aprire gli occhi ad un intero popolo e dire loro cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Come crede che abbiano fatto i soliti vincitori? Hanno indotto una mentalità, una cultura, una filosofia. Crede che la città più “azzurra” d’italia sia tale per solo per merito di chi ha saputo vendere un programma politico? Non è così. E non sono affatto sicuro che la mia città appartenga all’italia, come dimostrato dall’ultimo dramma. Ma qui ci siamo abituati. Andiamo alle attuali vicende, quelle che stanno affamando una specifica parte della mia generazione, incluso me, ammettendo che il mio pensiero è di parte, ad esclusivo vantaggio della collettività, della formazione della futura società siciliana; non so se lei, in quanto politico, riesca a cogliere la gravità della situazione. Per quanto mi riguarda ho le valigie pronte, quindi non si prenda pensiero; a me preme il futuro della mia terra, tutto qua.
La grottesca situazione della scuola in Sicilia, che di fatto rappresenta l’unica vera officina della formazione, per palese resa ed inadeguatezza delle famiglie, è il manifesto di una condizione di arretratezza assoluta e senza equivoci, che produrranno nel tempo un’altra società priva di valori etici, in cui il “capo dei capi” altro non è che “uno che ce l’ha fatta”. Si è di fatto sostituita un’educazione mediatica di bassa lega con quella sincera della cultura, dell’educazione allo studio, del premio al merito. Oggi è sufficiente aver trascorso un periodo in galera per aver assicurata una posizione nel mondo del lavoro, perché essere furbi conviene. E dove lo mettiamo l’intervento della sinistra, im-pegnata quasi esclusivamente in battaglie civili da paese che ha risolto tutto; ho visto manifestazioni per il diritto al matrimonio omosessuale, in una società in cui la popolazione studentesca ignora che la terra gira intorno al sole e che Garibaldi unificò l’italia. I diritti di tutti sono sacrosanti, ma un politico deve avere la condotta del buon padre di famiglia e non perdere mai di vista le priorità dei suoi cari. Avanzo, onorevole, dei dubbi sul fatto che la gente rappresenti “i cari” del politico, qui non è mai stato così. Manca la “volontà generale”, come quella di Rousseau, in cui il fine sia il bene comune e, aggiungo, in una sinergia di intenti che producano una società fondata sui lavoratori, come la pensarono i padri della Costituzione. Una società che non investe sulla formazione è destinata a scomparire, ad avere un ruolo negletto e di subordine, non soltanto nei confronti dello stesso contesto produttivo nazionale – il nord del paese – ma di più nei confronti di una società colta europea, preparata, che sappia di nuove tecnologie, come di arte, di educazione civica e di quanto necessario alla formazione di un soggetto pensante del presente. La Sicilia è lontana anni luce, abbiamo amministratori – proiezione dell’attuale società – che pensano esclusivamente al proprio tornaconto, con compensi da capitani d’industria. Palermo, potrei parlarne all’infinito, è una città dalla storia straordinaria, dove nacque la lingua italiana, già, alla corte di Federico II, oggi morta e sepolta in una condotta da sfacelo totale. L’errore è quello di non aver saputo formare, quindi educare, la popolazione fin dai primi anni di vita, nelle scuole, nelle università, affinché dimenticassero “l’errore dei nostri padri”, come disse un nobel siciliano. Ho visto la sinistra sclerale per il diritto all’immigrazione. L’immigrazione è un valore quando è regolata, non soltanto nei flussi, ma ancor prima nei comportamenti, nelle relazioni esistenti del paese ospitante; il paragone col passato italiano non tiene, era un’altra epoca, era un popolo cristiano che migrava in un paese cristiano, era un popolo che migrava in un paese scoperto da un italiano, le affinità c’erano e se non c’erano era facile crearle. Oggi è un’altra cosa, ma la sinistra buonista con gli occhiolini tondi, polemica e con sciarpe in cashmire ha saputo solo creare una casta di pseudo intellettuali buoni soli a cogliere lo scandalo in tutto ciò che ha veduto e vede. Il criterio di una società socialdemocratica è un’altra, è una società che investe sull’ambiente, che elimina il denaro contante e impone solo i pagamenti elettronici, è una società che mette in galera gli evasori, che aiuta gli anziani, i giovani, che trasformi le città in mostre permanenti delle proprie architetture, che ospiti i giovani artisti di tutto il mondo ad impreziosire le proprie piazze, che privilegi il dialogo, il rispetto del proprio prossimo, che renda gratuito l’accesso alla cultura, che imponga l’uso del mezzo pubblico, che arresti i mafiosi, che non consenta ad uno “arrivato” di imporre la propria informazione. Una socialdemocrazia, a mio perso-nale avviso, è anche questa. L’accoglienza dell’immigrato deve essere un valore aggiunto al progetto di una società migliore, più evoluta, progressista, in cui egli stesso deve poter far valere il diritto ad una sana competizione, in cui esista un minimo tariffario per tutto, in cui esista un standard di vita comune socialmente accettabile e garante della propria dignità di individuo. Tutti, immigrati inclusi, devono avere il diritto a possedere un frigorifero, un televisore, un letto ciascuno. Oggi, nella mia città, c’è l’assoluta indifferenza a tutto quello che renderebbe migliore la sua condizione. Che spreco. Gente strapagata, progetti faraonici e intanto c’è chi non mangia, o che mangia solo pane e pa-sta. Questa è mancanza di formazione, di apertura alla realtà delle cose.
Non vedo alcun futuro per questo paese, imbrutito da una stupida burocrazia, un paese che è tutt’altro che moderno, dove per spedire una lettera si fa ancora a pugni all’ufficio postale. Si deve ancora leccare la busta, compilare dei moduli cartacei e fare la fila. Poco più dei tempi del telegrafo. Onorevole, io lascerò a malincuore questo paese, che si è rilevato mediocre alle mie aspettative, per cercare un lavoro, per farmi una famiglia, per vivere, per soddisfare il desiderio ad avere ed educare un figlio. Le mie richieste sono quelle di migliaia di uomini come me, quelli che dovrebbero mettere in moto l’economia, i quarantenni. Eppure il “mio” paese è parte integrante dei Grandi Paesi della terra.. c’è chi sa vendere il ghiaccio agli eschimesi..
Non si dimentichi di questa regione. I miei personali auguri per i suoi progetti.
Ad maiora.
Gaspare Di Trapani.

da Gaspare Di Trapani , inviato il 6/10/2009
Onorevole Bersani,
mi chiamo Gaspare Di Trapani, ho 39 anni, sono palermitano, posseggo due lauree e sono disoccupato. Come me, in Sicilia, sono in tanti. Direi in troppi.
Le scrivo per dei chiarimenti, forse con la presunzione e la speranza che lei sappia cogliere uno spunto per cambiare radicalmente la condizione di un’intera generazione, che di impegno profuso e abnegazione al dovere ne ha fatto una scelta di vita. È implicito che non mi aspetto nulla, dal momento che le aspettative della mia generazione sono andate in fumo a tutto vantaggio dei malandrini e di chi ha saputo trovare le vene ricche da cui attingere linfa per sopravvivere; non credo, dopotut-to, che sia giusto giudicare chi ha saputo salire sul carro dei vincitori. Esiste tuttavia, in questa guerra tra poveri assoluti, una ragione che non viene soddisfatta, che è quella della presenza (o assenza) di uno stato, del rispetto di una condizione umana e sociale, del riconoscimento di un impegno per essere stato sempre e comunque dalla parte delle regole, senza in questo spiegare bandiere di parte. La mia regione non ha una storia partigiana, ne faccio personale ammenda, tuttavia ne ha una diversa, quella della strage dimenticata di Portella della Ginestra, dove le bandiere rosse furono rese ancor più tali dalla mafia, dai padroni asserviti al potere di uno stato colluso e fantoccio; la mia regione e la mia città hanno una storia straordinaria – nella loro tragica fine – di Uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Come Pio La Torre, Peppino Impastato e tanti altri martiri di una guerra per la conquista della legalità. Fin qui la storia è nota, almeno nel cuore della mia generazione, che l’ha vissuta in prima persona. Mi chiedo, onorevole, a fianco di chi è stata la sinistra, in quale anfratto del palazzo si sia allocata.
Noi avremmo avuto bisogno di una presenza forte, costante, di politici che avrebbero dovuto scuo-tere ogni siciliano, porta a porta, per spiegargli quale fosse la parte giusta, per aprire gli occhi ad un intero popolo e dire loro cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Come crede che abbiano fatto i soliti vincitori? Hanno indotto una mentalità, una cultura, una filosofia. Crede che la città più “azzurra” d’italia sia tale per solo per merito di chi ha saputo vendere un programma politico? Non è così. E non sono affatto sicuro che la mia città appartenga all’italia, come dimostrato dall’ultimo dramma. Ma qui ci siamo abituati. Andiamo alle attuali vicende, quelle che stanno affamando una specifica parte della mia generazione, incluso me, ammettendo che il mio pensiero è di parte, ad esclusivo vantaggio della collettività, della formazione della futura società siciliana; non so se lei, in quanto politico, riesca a cogliere la gravità della situazione. Per quanto mi riguarda ho le valigie pronte, quindi non si prenda pensiero; a me preme il futuro della mia terra, tutto qua.
La grottesca situazione della scuola in Sicilia, che di fatto rappresenta l’unica vera officina della formazione, per palese resa ed inadeguatezza delle famiglie, è il manifesto di una condizione di arretratezza assoluta e senza equivoci, che produrranno nel tempo un’altra società priva di valori etici, in cui il “capo dei capi” altro non è che “uno che ce l’ha fatta”. Si è di fatto sostituita un’educazione mediatica di bassa lega con quella sincera della cultura, dell’educazione allo studio, del premio al merito. Oggi è sufficiente aver trascorso un periodo in galera per aver assicurata una posizione nel mondo del lavoro, perché essere furbi conviene. E dove lo mettiamo l’intervento della sinistra, im-pegnata quasi esclusivamente in battaglie civili da paese che ha risolto tutto; ho visto manifestazioni per il diritto al matrimonio omosessuale, in una società in cui la popolazione studentesca ignora che la terra gira intorno al sole e che Garibaldi unificò l’italia. I diritti di tutti sono sacrosanti, ma un politico deve avere la condotta del buon padre di famiglia e non perdere mai di vista le priorità dei suoi cari. Avanzo, onorevole, dei dubbi sul fatto che la gente rappresenti “i cari” del politico, qui non è mai stato così. Manca la “volontà generale”, come quella di Rousseau, in cui il fine sia il bene comune e, aggiungo, in una sinergia di intenti che producano una società fondata sui lavoratori, come la pensarono i padri della Costituzione. Una società che non investe sulla formazione è destinata a scomparire, ad avere un ruolo negletto e di subordine, non soltanto nei confronti dello stesso contesto produttivo nazionale – il nord del paese – ma di più nei confronti di una società colta europea, preparata, che sappia di nuove tecnologie, come di arte, di educazione civica e di quanto necessario alla formazione di un soggetto pensante del presente. La Sicilia è lontana anni luce, abbiamo amministratori – proiezione dell’attuale società – che pensano esclusivamente al proprio tornaconto, con compensi da capitani d’industria. Palermo, potrei parlarne all’infinito, è una città dalla storia straordinaria, dove nacque la lingua italiana, già, alla corte di Federico II, oggi morta e sepolta in una condotta da sfacelo totale. L’errore è quello di non aver saputo formare, quindi educare, la popolazione fin dai primi anni di vita, nelle scuole, nelle università, affinché dimenticassero “l’errore dei nostri padri”, come disse un nobel siciliano. Ho visto la sinistra sclerale per il diritto all’immigrazione. L’immigrazione è un valore quando è regolata, non soltanto nei flussi, ma ancor prima nei comportamenti, nelle relazioni esistenti del paese ospitante; il paragone col passato italiano non tiene, era un’altra epoca, era un popolo cristiano che migrava in un paese cristiano, era un popolo che migrava in un paese scoperto da un italiano, le affinità c’erano e se non c’erano era facile crearle. Oggi è un’altra cosa, ma la sinistra buonista con gli occhiolini tondi, polemica e con sciarpe in cashmire ha saputo solo creare una casta di pseudo intellettuali buoni soli a cogliere lo scandalo in tutto ciò che ha veduto e vede. Il criterio di una società socialdemocratica è un’altra, è una società che investe sull’ambiente, che elimina il denaro contante e impone solo i pagamenti elettronici, è una società che mette in galera gli evasori, che aiuta gli anziani, i giovani, che trasformi le città in mostre permanenti delle proprie architetture, che ospiti i giovani artisti di tutto il mondo ad impreziosire le proprie piazze, che privilegi il dialogo, il rispetto del proprio prossimo, che renda gratuito l’accesso alla cultura, che imponga l’uso del mezzo pubblico, che arresti i mafiosi, che non consenta ad uno “arrivato” di imporre la propria informazione. Una socialdemocrazia, a mio perso-nale avviso, è anche questa. L’accoglienza dell’immigrato deve essere un valore aggiunto al progetto di una società migliore, più evoluta, progressista, in cui egli stesso deve poter far valere il diritto ad una sana competizione, in cui esista un minimo tariffario per tutto, in cui esista un standard di vita comune socialmente accettabile e garante della propria dignità di individuo. Tutti, immigrati inclusi, devono avere il diritto a possedere un frigorifero, un televisore, un letto ciascuno. Oggi, nella mia città, c’è l’assoluta indifferenza a tutto quello che renderebbe migliore la sua condizione. Che spreco. Gente strapagata, progetti faraonici e intanto c’è chi non mangia, o che mangia solo pane e pa-sta. Questa è mancanza di formazione, di apertura alla realtà delle cose.
Non vedo alcun futuro per questo paese, imbrutito da una stupida burocrazia, un paese che è tutt’altro che moderno, dove per spedire una lettera si fa ancora a pugni all’ufficio postale. Si deve ancora leccare la busta, compilare dei moduli cartacei e fare la fila. Poco più dei tempi del telegrafo. Onorevole, io lascerò a malincuore questo paese, che si è rilevato mediocre alle mie aspettative, per cercare un lavoro, per farmi una famiglia, per vivere, per soddisfare il desiderio ad avere ed educare un figlio. Le mie richieste sono quelle di migliaia di uomini come me, quelli che dovrebbero mettere in moto l’economia, i quarantenni. Eppure il “mio” paese è parte integrante dei Grandi Paesi della terra.. c’è chi sa vendere il ghiaccio agli eschimesi..
Non si dimentichi di questa regione. I miei personali auguri per i suoi progetti.
Ad maiora.
Gaspare Di Trapani.

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