Sintetica riflessione sui temi riguardanti il settore alimentare

8 ottobre 2009
Negli ultimi anni rapidi e straordinari mutamenti hanno accompagnato l’evoluzione dell’economia e della società.

Le trasformazioni in corso hanno caratterizzato profondamente anche l’evoluzione dei mercati agroalimentari, ridisegnando rapidamente i modelli di consumo e producendo una intensificazione delle spinte competitive mai sperimentata prima.

Parallelamente, l’UE ha aperto un nuovo corso di politiche a sostegno del settore agricolo e dei territori rurali che, con la riforma del 2003, ha sancito l’avvio della costruzione di un nuovo paradigma di intervento che tende progressivamente a ridurre il sostegno al profilo produttivo, per privilegiare il ruolo del settore agricolo quale fornitore di servizi pubblici.

In questo nuovo scenario gli agricoltori europei sono più vicini di prima al mercato, meno protetti di un tempo e proiettati in un nuovo quadro di vincoli, opportunità e rischi.

La situazione odierna vede l’agricoltore maggiormente esposto al rischio, perché meno protetto dalla PAC e perché opera in un ambiente più competitivo che nel passato, ma vede anche la nascita di un nuovo quadro di opportunità legato alla crescita della domanda mondiale, sia di commodities che di specialities, di cui l’agroalimentare europeo detiene la leadership indiscussa.

Lo sviluppo economico degli ultimi decenni ha, inoltre, consentito il raggiungimento di obiettivi importanti in termini di crescita delle condizioni di benessere per quote sempre maggiori della popolazione mondiale.

I modelli di sviluppo hanno però inglobato anche una serie di criticità, che non stanno tardando a manifestare i loro effetti e che originano dallo sbilanciamento che, soprattutto in questi ultimi anni, ha caratterizzato il rapporto tra input e output.

L’espansione delle aree urbanizzate, il sovrasfruttamento delle fonti energetiche, la portata raggiunta dalle emissioni inquinanti, hanno accompagnato i modelli di crescita dominanti.

L’aumento e la nuova composizione dei consumi alimentari ha portato, ad esempio, ad una vera e propria rivoluzione nella struttura dei consumi di vaste aree del pianeta.

Questo ci ha proiettati in uno scenario inedito, che alcuni hanno definito di "nuova scarsità", generando effetti importanti sul fronte delle risorse impiegate e degli effetti ambientali generati.

In questo quadro la tenuta del tessuto agricolo risponde oggi ad esigenze diverse del passato ma non è meno importante.

L’agricoltura può e deve dare un contributo importante alla preservazione dell’ambiente e della biodiversità, alla tenuta socio demografica dei territori rurali, alle esigenze di sicurezza alimentare.

Possiamo individuare in questa direzione i grandi temi che possono caratterizzare la nostra riflessione sul futuro dell’agricoltura e delle politiche pubbliche ad essa dedicate:

a) Agricoltura e risorse naturali. L’incremento dei consumi e la pressione esercitata sulle risorse naturali ci impone una strada obbligata: produrre alimenti a prezzi ragionevoli, incrementando i vincoli ambientali anche in uno scenario in cui i consumi crescono. Il raggiungimento di questo obiettivo impone innanzitutto di preservare l’attuale tessuto produttivo agricolo e questo non sarebbe possibile senza PAC. Studi recenti, promossi dalla Commissione UE, evidenziano come l’azzeramento delle risorse PAC porterebbe alla scomparsa repentina di circa il 40% delle aziende agricole europee. Risposte concrete possono venire solo lavorando alla preservazione del potenziale produttivo, al miglioramento della qualità dei suoli, alla razionalizzazione dell’uso delle risorse idriche, all’internalizzazione di innovazione tecnologica, al recupero a fini energetici degli scarti delle lavorazioni.

b)Agricoltura e sicurezza alimentare. L’Europa è forse il contesto nel quale il tema della sicurezza alimentare è stato maggiormente sviluppato e forse questo ci allontana dall’affrontare la questione come un argomento che riguarda le scelte di politica agricola del futuro. Ma pensiamo ad un Europa che senza il sostegno agli agricoltori produce meno e importa più di quanto faccia oggi (siamo già il maggiore importatore mondiale). Questa strada sarebbe sicuramente soddisfacente per il consumatore europeo? Alcuni sostengono che la sicurezza troverebbe riconoscimento nei meccanismi di mercato e nel sistema dei prezzi, ma sappiamo che questo non è vero. Non lo è per la particolare conformazione dell’offerta alimentare, per la difficoltà di far percepire al consumatore il costo sociale della produzione, per la struttura delle regole del commercio internazionale che non sono concepite per fare i conti con il ruolo svolto dalle esternalità. In questo quadro il tema della sicurezza alimentare, che trova costruzione a partire dalla fase primaria, non può prescindere dalla costruzione di reti stabili di meccanismi di sicurezza e dal sostegno ad un impegno incrementale degli agricoltori verso standard di qualità e sicurezza elevati.

c) Agricoltura e territorio. Il territorio rurale è progressivamente divenuto un ambito privilegiato delle politiche agricole. Dal dopoguerra ad oggi l’assetto territoriale dell’Europa si è notevolmente trasformato.

La contrapposizione tra "urbano" e "rurale", che ha caratterizzato il processo di industrializzazione diffusa e di concentrazione delle risorse produttive e insediative, ha prodotto linee di sviluppo spesso tendenti alla marginalizzazione delle aree rurali e alla creazione di squilibri ambientali e demografici che hanno riversato i loro effetti anche sulle aree urbane.

L’evoluzione di questi fenomeni ha modificato significativamente il quadro dei bisogni, sia dei territori rurali che di quelli urbani.

Il depauperamento demografico e civico dei territori rurali, contestuale al ridimensionamento dell’attività agricola, è stato il primo prodotto di queste dinamiche; da ciò sono derivate conseguenze di ordine collettivo (erosione dei suoli, tenuta ambientale, perdita di valori culturali e sociali).

Il rapporto tra urbano e rurale è destinato a proiettarsi sempre più verso una relazione di interdipendenza e reciproco scambio di servizi, che richiede interventi tesi a difendere la tenuta delle aree rurali a la costruzione di una offerta di servizi collettivi in grado di garantire traiettorie di crescita equilibrata per i territori e le comunità rurali.

Oggi è necessario supportare il nostro tessuto agroalimentare in uno sforzo straordinario che possa coniugare l'orizzonte della sostenibilità con quello della competitività.

Per fare questo occorre concentrarsi sulle debolezze del sistema, per superarle e capitalizzare l’enorme vantaggio di cui godono le nostre produzioni in termini di appeal presso il consumatore mondiale.

Il made in Italy agroalimentare è un punto di forza assoluto che non sempre si traduce, come potrebbe, in valore.

La situazione strutturale del tessuto agricolo nazionale è caratterizzata da diverse criticità.
Abbiamo un indice di ricambio generazionale della struttura imprenditoriale che è tra i più bassi d’Europa, con una scarsissima presenza di under 35 ed una elevatissima presenza di over 65.

Il sistema imprenditoriale agricolo è focalizzato principalmente sulle piccole e piccolissime dimensioni(circa l’85% delle aziende agricole sono inferiori ai 10 ha).

Solo il 2,2% delle nostre aziende ha una superficie superiore ai 50 ha.

Queste debolezze, accompagnate da difficoltà organizzative, limitano oggi il nostro potenziale competitivo.

Nonostante questo riusciamo ad essere fortemente competitivi grazie al contenuto materiale e immateriale che accompagna i nostri prodotti, fatti di territori, di qualità di tradizioni.

Oggi a differenza di qualche decennio fa il cibo è solo marginalmente nutrimento. Nelle economie sviluppate e in vaste aree della popolazione di quelle emergenti l’alimentazione soddisfa altre esigenze ed è su questo terreno che il made in italy agroalimentare mostra i muscoli.

Ma lo fa con una situazione organizzativa ancora critica.
Le dinamiche che si registrano sui mercati danno l’idea della forza della nostra offerta, della sua distintività, ma ci mettono anche in guardia.

Sui mercati emergenti stiamo forse perdendo terreno rispetto a Francia e Spagna (leader per il vino e l’olio rispettivamente).

Quest’ultima ormai da qualche anno ci insidia anche sui mercati europei dove siamo tradizionalmente leader (Germania, UK).

Questo significa che occorre guardare ad alcune grandi questioni, da affrontare per vincere la sfida del rilancio della nostra agricoltura:

1. Continuare nella valorizzazione del nostro patrimonio di qualità, tradizioni e legami con il territorio.

Il rapporto con il territorio si può tradurre in valore sui mercati.

La distintività del nostro ricco patrimonio agroalimentare nazionale è certificata dal numero dei prodotti riconosciuti a livello europeo, 171, che pone il nostro pese in testa alla graduatoria europea.

Ma questo lavoro va continuato nella consapevolezza che la qualità da sola non basta.

Se consideriamo il complessivo fatturato ascrivibile ai prodotti a marchio europeo, che ammonta a circa 4.700 mln di € euro, possiamo vedere che l’85% di esso è riconducibile a soli 10 prodotti, caratterizzati da grandi volumi e da strutture altamente organizzate.
Inoltre il fatturato ascrivibile ai prodotti dop e igp è ben poca cosa rispetto, al fatturato dell’industria alimentare italiana (oltre 100 miliardi di euro).
Anche se il confronto non è tecnicamente corretto, rende l’idea dei valori in campo.

2. E’ venuto il momento di distinguere all’interno del settore primario cosa è impresa e cosa non è impresa.

L’Istat rileva un tessuto produttivo bipolare: da un lato strutture marginali sotto il profilo imprenditoriale, anche se importantissime in termini di salvaguardia a ambientale e presidio sociale del territorio, che sono numerosissime e dall’altro le imprese vere, che stanno sul mercato, decisamente inferiori in termini numerici. Una situazione che evidenzia la necessità di un approccio differenziato. .

3. Una condizione essenziale per il successo sui mercati delle nostre imprese agricole e agroalimentari è la partecipazione a forme di concentrazione e organizzazione dell’offerta, che permettano di raggiungere dimensioni più significative e di aumentare la reciproca utilità degli scambi con le fasi a valle.

Questo è un sentiero che viene imposto dalle moderne formule distributive.

Tutti vogliono i nostri prodotti, ma non tutti possono acquistarli. Sembra un paradosso ma è così. Oggi raggiungere i mercati e dialogare con le grandi piattaforme logistiche e distributive richiede un salto di qualità soprattutto organizzativo.



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