Le politiche per la cultura

8 ottobre 2009
Se vi è un settore che più degli altri concorre a disegnare la forma e le potenzialità di una società, quello è proprio il settore delle politiche per la cultura.

Si tratta di un’affermazione largamente condivisa, tanto da essere diventata un’ovvietà e quasi un luogo comune. Ma a fronte di un dibattito, talvolta anche intenso e che è sembrato interessare addirittura le pagine dei giornali, l’azione politica e di governo negli ultimi decenni non è stata coerente e conseguente alle premesse teoriche.

E all’affermazione della necessità di fare di questo settore un elemento centrale delle politiche di sviluppo del nostro paese, sono seguite piuttosto, azioni sporadiche, incoerenti, disomogenee.

Le politiche culturali in Italia sono da sempre state subordinate a qualsiasi altra "necessità" dovendo sottostare alle superiori esigenze dei cambi di maggioranza, ai mutamenti alla guida del dicastero dei beni culturali, ai bisogni di riorganizzazione (più o meno motivati) dell’Amministrazione pubblica per la cultura e infine, sono sempre vincolate alle emergenze del bilancio dello Stato e degli enti di governo territoriali per le quali il settore culturale rappresenta una fonte a cui attingere costantemente nei momenti "difficili".

Le conseguenze di questi limiti di prospettiva e di azione politica si possono leggere nella situazione del paese.

Da un lato l’Italia è molto lontana dall’aver anche solo intrapreso il giusto cammino per la realizzazione di quella "economia della conoscenza" di cui si parla da decenni; dall’altro lato, la nostra società sta vivendo una chiara fase di recessione culturale, oltre che economica.

E dalle recessioni culturali si esce con ancora maggiore difficoltà, rischiando l’impoverimento, individuale e collettivo, delle conoscenze, dell’identità, delle competenze.

Tutto ciò a danno della qualità del capitale umano che, invece, rappresenta il fattore strategico di competitività per l’Italia.

Quello culturale è, dunque, un settore che risente di decenni di interventi finanziari e normativi generalmente concepiti per fronteggiare le emergenze, mentre esso necessita di un progetto nitido, lineare e intelligibile: cioè, di politiche che rappresentino e costruiscano la società della conoscenza, dei saperi e dei talenti, che riporterebbero il nostro paese al passo con l’Europa e con i paesi a sviluppo avanzato.

L’inestimabile ricchezza culturale del nostro paese, le bellezze artistiche e naturali, la tradizione, da soli non bastano a creare sviluppo e identità collettiva. E infatti l’Italia, nonostante l’esistenza di quel vasto e diffuso patrimonio che le ha fatto guadagnare l’appellativo di "Belpaese", tutt’ora si distingue per i bassi livelli di fruizione culturale, per la staticità dei consumi e per la sostanziale crisi delle industrie del settore.

Tutto ciò conferma che la presenza di offerta culturale non crea, di per sé, un pari livello di consumi.

Affinché questo settore, in Italia come altrove, sia produttivo e autonomo è necessario che vi sia un mercato della domanda abbastanza ampio e dinamico, formato da soggetti consapevoli e indipendenti.

Altrettanto indipendenti devono essere la creatività, la produzione e le industrie culturali, affrancate dalla soggezione alla politica, ma anche dalla dipendenza economica del sistema creativo e produttivo dai capitali provenienti dal settore dell’informazione e delle comunicazioni.

In altre parole, l’azione pubblica per la cultura deve porre al centro il cittadino, l’interesse comune per la crescita collettiva e l’aumento del benessere diffuso nella nostra società.

Ed è per questo che anche la spesa pubblica per la cultura deve essere inclusa e concepita come uno degli strumenti fondamentali di coesione sociale e dei mezzi indispensabili per la creazione delle pari opportunità; cioè un fattore identitario.

La priorità delle politiche pubbliche per la cultura dovrà essere di regolare un mercato che corre sempre il rischio di impantanarsi nella palude della ripetitività e dell’omologazione: in questo campo, infatti, la domanda del grande pubblico difficilmente è in grado di produrre innovazione perché la tendenza naturale è quella al consumo reiterato di ciò che già si conosce.

La novità richiede uno sforzo e dei costi in termini di tempo, impegno, concentrazione e apprendimento che mal si conciliano con un’idea della cultura che troppo spesso viene confusa con l’intrattenimento, al quale casomai sarebbe giusto riconoscere il ruolo che assolve alimentando l’economia della filiera industriale e contribuendo a rappresentare e comunicare il costume di una società. L’innovazione ha quindi una penetrazione molto lenta nelle preferenze dei cittadini e si rivela un affare poco vantaggioso, quando non insostenibile, per le imprese. Proprio in questo ambito l’azione pubblica deve essere particolarmente incisiva.

Gli obiettivi fin qui enunciati (programmazione, sistema, centralità dei cittadini-fruitori, indipendenza delle produzioni e delle industrie culturali, sostegno e sviluppo della domanda e della fruizione) rendono indispensabile un cambio di passo della sfera pubblica e la riforma dei suoi strumenti di sostegno, sviluppo e valorizzazione del settore culturale, anche quelli di carattere finanziario; tenendo presente che il settore culturale ha bisogno di politiche e azioni differenziate e che tengano conto delle diversità, delle caratteristiche e dei bisogni di ciascun territorio e comunità.

L’unità dell’azione pubblica per il settore culturale può essere assicurata, più che dalla centralizzazione dei finanziamenti e degli interventi attuati dallo Stato, dalla cooperazione e dalla leale collaborazione tra lo Stato e gli enti di governo territoriali.

Il sostegno fiscale sia alla produzione, intesa anche come conservazione e valorizzazione del patrimonio esistente, che al consumo dei prodotti culturali, si pone, pertanto, come uno degli strumenti essenziali delle politiche pubbliche per la cultura perché può essere flessibile e può essere diversificato.

Proprio in questo campo l’Italia è molto in ritardo rispetto ad altri paesi, sia per quanto riguarda le politiche di defiscalizzazione e di incentivazione fiscale degli investimenti e delle spese per la cultura ed i consumi culturali che per la creazione di efficaci partnership pubblico-private.

In troppi casi, infatti, si è preferito, "delegare" al privato, quando non addirittura dismettere, interi comparti dell’intervento pubblico; per contrasto, troppo frequentemente è capitato che soggetti pubblici o soggetti a capitale interamente pubblico hanno finito per sostituire i privati in settori del mercato che, tra l’altro, rappresentano una rara opportunità di occupazione nell’ambito delle professioni culturali e intellettuali.

Invece settore pubblico deve realizzare con i privati e le imprese un vero e proprio "patto" che porti i diversi attori del sistema (soggetti privati, imprese, Stato, regioni, enti territoriali) ad un’efficace cooperazione programmata e progettuale.

Infine, un altro tema stringente è quello della formazione degli addetti e, più in generale, degli operatori culturali che costituisce una garanzia dell’unità e della corrispondenza dell’azione pubblica con gli obiettivi culturali e le garanzie costituzionali.

Ed è necessario, per quanto riguarda l’ampio contesto delle libere professioni intellettuali, provvedere a disegnare un nuovo ordinamento che fornisca regole a tutela dei professionisti e dei committenti e certifichi la qualità necessaria per esercitare la libera professione in Italia e all’estero.



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