7 ottobre 2009
"È oggi che si decide come sarà il mondo nel 2050 e si prepara quello che sarà nel 2100. A seconda di come ci comporteremo, i nostri figli e i nostri nipoti abiteranno un mondo vivibile o passeranno un inferno, odiandoci a morte. Per lasciar loro un pianeta abitabile, dobbiamo prenderci la briga di pensare al futuro, di capire da dove viene e come agire su esso".
Così Jacques Attali nel suo ultimo libro (Breve storia del futuro) esorta ad occuparci dei tempi lunghi, un compito dal quale purtroppo i nostri partiti, e più in generale le classi dirigenti italiane, evadono continuamente inseguendo il qui ed ora della politica politicante.
Per uscire da questo eterno presente, il Partito Democratico deve far sua l’ambizione dei pensieri lunghi, tra i quali il concepirsi come un partito duraturo e proiettato nel futuro.
Pensare al futuro non è fare accademia o auruspicherie, significa esattamente rispondere alle questioni fondamentali del presente senza la miopia dei piccoli tornaconti ma governandone il più possibile le conseguenze, cercando di connettere riforme pratiche con le loro ricadute in termini di emancipazione, sviluppo sostenibile e futuribile, libertà nel lavoro, diritti, culture, cosmopolitismo e universalismo.
Le velocissime trasformazioni che stiamo vivendo fanno sì che le sfide siano tantissime ed in continua evoluzione, ma soprattutto sempre più interrelate tra di loro, cosa che costituisce un punto di complessità ma anche di forza per chi su tali questioni voglia agire con un progetto organico come si proverà a verificare nei pochi esempi che seguono.
Democrazia e giustizia sociale
Le democrazie per come le abbiamo conosciute stanno cambiando. La globalizzazione (nelle fasi di ascesa come in quelle di crisi), le tecnologie dell’informazione, l’esigenza di velocizzare i processi decisionali ed esecutivi, ci pongono davanti al bivio tra plebiscitarismo e partecipazione. E’ evidente come gli attuali equilibri non reggano più, in questo campo o la sinistra ridisegna un vasto programma di riforme o sarà costretta a cedere a quello delle destre. E le riforme di sinistra devono tentare la sfida dell’allargamento partecipativo dei luoghi decisionali e di un loro efficientamento. Una popolazione sempre più informata e informatizzata è in grado di assumersi gradualmente sempre più parti di partecipazione politica. Se non inneschiamo questo processo condanniamo una popolazione ormai matura a quell’inedia sociale e quel distacco istituzionale che portano all’antipolitica e al plebiscitarismo.
Dobbiamo opporre la partecipazione istituzionale di prossimità al plebiscitarismo mediatico, il decentramento alla devolution, resistere, anche ripetendolo tre volte, proprio non ci basta.
E dobbiamo concepire questo processo come una parte fondamentale del cammino verso una maggiore giustizia sociale, pensando la sinistra del futuro come una forza che deve redistribuire sia la ricchezza che il potere. E’ quello che i nostri antenati chiamarono emancipazione. E’ quello che Antonio Gramsci, in una delle sue pagine più belle, chiama passaggio molecolare dei diretti ai gruppi dirigenti.
L’Europa
La Sinistra e l’Europa sono intimamente legate nei loro destini. Non è un caso che a questa grande affermazione delle destre nel continente corrisponda il più basso tasso di europeismo e una sostanziale impasse nella costruzione di un’Europa politica e sociale, cosa di cui si è avuto riscontro in una campagna elettorale in cui di Europa non si è mai, ma proprio mai, parlato.
È inutile chiedersi dell’uovo e la gallina. È un processo che si autoalimenta: se vince la paura e l’arroccamento vincono le destre nazionalistiche che hanno una visione minima dell’Europa, se in virtù di questa visione minima l’Europa è un gigante zoppo che mette solo ulteriori fastidiose regole vincono le forze antieuropeiste e così via.
Il PD deve avere il coraggio di essere il partito dell’Europa e del Mediterraneo, un’Europa che confini con Iran e Russia, che abbia una sua politica estera forte e riconoscibile con una visione geostrategica globale e multilaterale, capace di sinergie politiche, economiche e culturali con l’America Latina, l’India e altre regioni emergenti. Un’Europa che si comunichi ancora al mondo come produttrice di cultura e promotrice di diritti e di emancipazione. Per secoli il mondo ci ha visti così, ora sembriamo un (tra l’altro fragile) fortino.
L’Italia e l’Europa
Anche sul fronte interno il PD dovrebbe comunicarsi come il partito dell’Europa per affrontare i ritardi della nostra società: dobbiamo ripetere fino al mal di gola che vogliamo standard europei (basandosi almeno sulle media della zona euro) per quanto riguarda salari, welfare, fisco e burocrazia. Dobbiamo chiedere i salari europei altrimenti vincerà chi già oggi chiede di tornare alle gabbie salariali. Può sembrare impossibile ma pensate se 10 anni fa vi avessero detto che avremmo avuto le ronde per legge. Dobbiamo chiedere un welfare europeo per i tanti precari che oggi pagano contributi che non rivedranno mai sotto forma di pensioni, sostegni alla disoccupazione, servizi per la ricollocazione e per tutte quelle nuove esclusioni sociali che non trovano patria in un welfare risarcitorio basato sul trinomio tempo indeterminato/grande industria/impiego pubblico. Dobbiamo avere il coraggio di non fermarci alla (doverosa e imprescindibile) lotta ai grandi evasori, dobbiamo ascoltare i piccolissimi, quelli per i quali è una forma di sopravvivenza, e saper riformulare un fisco più semplificato e vicino alle esigenze di ognuno.
La lotta contro la degenerazione burocratica va vista come efficientamento e modernizzazione della Pubblica Amministrazione, ma bisogna farla senza cedere agli istinti conservatori, altrimenti anche qui cederemmo il passo all’ottica punitiva e propagandistica delle destre.
Agli standard europei va riallineato il settore della formazione e della ricerca, in Italia buono alla base (scuola primaria) e sempre più decadente man mano si sale verso l’alto fino ad arrivare ad un’Università oramai (con le pochissime e meritorie eccezioni) prolungamento (peggiorativo) del Liceo. Un’Università che non produce più cultura (come solo pochi anni fa faceva egregiamente) e non prepara al lavoro (neanche più in quei pochi settori dove prima lo faceva decentemente: ingegneria, medicina e pochi altri). Per non parlare poi di altre Istituzioni formative come Conservatori e Accademie, la musica e l’arte sono oramai solo un patrimonio passato da musealizzare e non un terreno per nuovi sviluppi. E non sembri accessorio considerare le condizioni strutturali e tecnologiche degli edifici: la peggiore scuola della peggiore periferia di Berlino sembra Harvard se confrontata alla migliore scuola del centro di Roma o Milano. Senza parole, infine, sulla ricerca, dove spesso mancano i fondi anche per accendere le luci nei laboratori.
Precariato
I dati sul fenomeno sono tutti discordanti, non riusciamo mai a sapere quanti sono, per quanto tempo rimangono precari, quanti di questi approdano ad un contratto tipico. E’ più opportuno partire dal fatto che sono le nuove forme del lavoro e, siccome non paion esser passeggere, probabilmente ci dicono di una importante tendenza su cui intervenire. Anche su questo tema occorre coraggio: o la sinistra prova a disegnare una flessibilità a favore del lavoratore o questa è solo, come è ora, assenza di diritti e bassi salari.
Nell’organizzazione moderna del lavoro il lavoratore può/deve contrattare col datore un rapporto più libero e autorganizzato per tempi e modi, basato sulla valutazione dei risultati raggiunti. Quel tipo di forma-lavoro tipica tradizionalmente solo per alcune alte professioni che oggi è estendibile in verticale e in orizzontale.
Il datore mantiene la convenienza di non legarsi a tempo indeterminato con un lavoratore, ma il lavoratore in cambio dovrebbe avere un 30% in più di stipendio di un suo pari grado a tempo indeterminato (mentre oggi ha almeno un 30% in meno) e una forte autonomia nell’organizzazione del lavoro (mentre oggi è meno autonomo e più ricattabile di chi ha un contratto tradizionale).
Naturalmente dovrebbe essere vietato per legge ricorrere a tipologie contrattuali del genere in situazioni, dove invece se ne abusa, di lavoro tipicamente subordinato : call center, grande distribuzione, informazione etc.
Oggi il precariato non ha rappresentanza, i sindacati non sono organizzati per arrivare ad un settore diffuso e disperso, non ci sono albi professionali, non ci sono casse né mutue. Il precario è solo e non sa se sentirsi un operaio, un professionista o un imprenditore di se stesso. Perché è le tre cose senza esserne nessuna; uno e nessuno senza conoscere gli altri centomila.
C’è un popolo delle partite IVA e dei Co.Co.Pro. che pare voti prevalentemente a destra, la sinistra non lo conosce, non sa che per campare si devono fare 5 o 6 lavori all’anno, ma che il sesto potrebbe far scattare un’aliquota per la quale questo lavoratore tra varie tasse e anticipi di varie tasse andrebbe a pagare tutto ciò che ha guadagnato col sesto lavoro e un bel pezzo di quello che ha guadagnato col quinto.
Forse si bestemmia in chiesa, ma una sinistra che voglia rappresentare questi interessi non dovrebbe avere remore a promuovere proteste anche sul fronte fiscale per questi lavoratori, cosa che potrebbe farli emergere dalla solitudine della partita IVA e dargli corpo, anima e forza collettiva.
Immigrazione
Di immigrazione si parla sempre più spesso, la destra ha saputo costruirci un discorso egemonico e diversi successi elettorali, costruiti sull’emotività, sulla paura, sul meccanismo del capro espiatorio e della guerra tra ultimi e penultimi scaricandovi tutte le tensioni sociali.
La sinistra ha ondeggiato tra inseguimento della destra e disconoscimento del problema.
Due sole voci non si sentono mai in tutto questo parlare di immigrazione: quella degli immigrati e quella della ragione.
Dovremmo parlare del che fare, di come metterci in mezzo tra i cittadini spaventati e gli imprenditori politici della paura, di come rileggere e trasformare le periferie e le province, sicuramente teatro di aggressioni razziste o di microcriminalità straniera ma ancor più luoghi reali di integrazioni (nel lavoro, nelle comitive giovanili, nei palazzi) riuscite senza sforzo.
Luoghi in cui l’immigrazione è anche una forza di riqualificazione urbana, di valorizzazione e recupero delle periferie molto più spesso di quanto lo sia di degrado.
Luoghi in cui grazie alle famiglie di immigrati rinascono forme di economia mutuale e solidale di comunità cui accedono ormai tanti cittadini italiani rimasti fuori da un welfare anacronistico e inadeguato.
È ora di rovesciare il discorso dalla dicotomia sicurezza/solidarietà a quella sviluppo/immobilità: il continuo incrociarsi di accuse tra "razzisti" e "buonisti" aiuta solo l’immobilità, mentre l’immigrazione è una delle occasioni e uno degli strumenti per svecchiare un Paese che non sa immaginarsi nel futuro.
In un mondo sempre più interrelato e interdipendente, capace di trasformazioni velocissime, di continui cambiamenti di scenario e paradigmi, una società plurale presenta sicuramente un grado di adattabilità superiore, di flessibilità e intuitività.
E questo porta con sé immediatamente la battaglia per estendere la nazionalità a chi nasce sul suolo italiano e il diritto al voto per chi in Italia lavora e paga le tasse.
Con ciò non si svende la propria cultura, anzi, si evita che ammuffisca, la si rivitalizza e la si traghetta nel XXI secolo.
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