Oltre un certo veltronismo - Alfredo Morganti e Giorgio Piccareta

7 ottobre 2009
Ancora oggi ci chiediamo come sia stato possibile pensare di "convogliare" l’intera massa critica della tradizione del PCI (e della DC, aggiungeremmo) entro le labili forme di un partito mediale (secondo la formula: leader+marchio+messaggi). Un errore tragico. Il PD, conformato come se l’obiettivo fosse solo quello di apparire in Tv, farsi spazio nei media o tenere il fronte della Rete, non avrebbe mai potuto contenere per intero quella massa storico-politico-culturale che proveniva da laboriosi decenni di sinistra italiana. Certo, vi era di mezzo la mediazione del PDS-DS ad "addolcire" (diciamo così) il passaggio, ma l’impatto è stato comunque tremendo.
Il rapporto tra politica e comunicazione non è uno scherzo. Né un puro pendant. Il PD sinora ha fatto dipendere la propria esistenza in vita dalla medialità e dal ruolo preminente dell’apparenza comunicativa. Anche qui si tratta di cambiare rotta. Non è un ritorno al partito di massa novecentesco, ma un ritorno alla realtà dopo la follia (nemmeno tanto lucida) di puntare tutto sulla virtualità mediale, sulle apparizioni, sulle interviste, sulle battute di tre righe, brevi al punto da poter essere riportate dai Tg. Il trionfo della brevità, della semplificazione, del battutismo.
La politica e la comunicazione devono, invece, ricalibrare ruolo e peso reciproco. La forma partito deve essere ripensata, evitando il più possibile un esito che annulli d’amblais il partito nella sua corposa realtà strutturale. La comunicazione è solo un pezzo della politica, indispensabile a stabilire canali comprensibili coi cittadini, ma niente affatto esaustivo. Se tende a prevalere, le scelte non si compiono più per la loro efficacia reale, per il loro impatto sui problemi, ma per conquistare consenso spiccio, anche contingente, sul mercato elettorale.
Si tratta di spostare l’asse dal mercato mediale a quello politico. Si tratta, allora, di predisporre una corposa offerta di beni politici (progetti, soluzioni di governo, scelte strategiche, alleanze, IDEE!) nell’intento di rimettere in moto l’Italia. Si tratta di comunicare al Paese e non ai media. Di uscire subito da un ambito di pura medialità, non per ripristinare la vecchia politica, ma per tornare a gettare sonde nella realtà (senza cui la politica diventa pura rappresentazione, fiction), che oggi ci appare lontana e incomprensibile semplicemente perché estranea alla nostra esperienza. È solo nel confronto con questa realtà che è possibile calibrare i messaggi, non il contrario. La comunicazione politica, d’altronde, non è espressione di un soggetto-emittente, ma è comprensione massima del soggetto-ricevente: se questo soggetto assume le pure fattezze dell’utente Tv, ci si trasforma necessariamente in tanti bravi-presentatori e basta. In realtà il referente di un partito di sinistra non è lo share, né l’audience, ma le persone in carne e ossa, in special modo gli "ultimi", come dice Bersani, i più disagiati, chi sopporta abissali disuguaglianze, chi non scorge opportunità per sé, chi non ha futuro, chi non ha nemmeno presente, chi vive con redditi bassissimi, è precario e perde da subito la partita della qualità della vita. A questi si deve parlare con linguaggi adeguati.
Gli effetti di un certo "veltronismo" sono oggi sotto gli occhi di ognuno. Il PD è del tutto fuori (o quasi) dall’agone politico effettivo. Spostando la partita sul piano mediale, il confronto è divenuto appannaggio di quei soggetti che in questo campo si muovono più agevolmente: Berlusconi, La Repubblica, la Chiesa. Sul primo, a questo proposito, si è detto tutto. Repubblica, da parte sua, è una potenza politico-editoriale, capace oggi di sobbarcare su di sé l’intero (o quasi) lavoro di opposizione. La Chiesa è una grande istituzione storica, radicata nella società più di altri soggetti, anche politici, capace di schierare sulla scena le proprie masse di fedeli, nonché di produrre maestosissime icone (come Papa Woityla) di grande impatto sulle coscienze. Spostare il campo del confronto dalla politica-politica alla politica-mediale ha significato scivolare nell’ombra, cedere passo ai tre di cui sopra, indebolirsi.
La ricetta è tornare al lavoro politico. La politica non è comunicare con bella impostazione e falso sorriso, ma proporre soluzioni concrete alle questioni pubbliche, sulla base di un sapere e di una conoscenza analitica dello stato di fatto, alimentando la propria azione con principi e valori essenziali. Il lavoro politico si fa nei quartieri e nelle istituzioni. Le alleanze si costruiscono giorno per giorno. Il futuro nasce pezzo a pezzo, sulla base di strategie che metti a punto quotidianamente. Non basta, non può bastare un’intervista, una dichiarazione studiata, e nemmeno un look ricercato. Certo, tutto fa brodo. Ma senza quel lavoro complesso, quella sapiente costruzione di consenso, alleanze, radicamento non si va da nessuna parte. O forse si, si va in televisione e magari si scrivono pure romanzi.










È


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