I giovani, il berlusconismo, la scienza, la democrazia...

13 ottobre 2009
I Giovani, il berlusconismo, la scienza, la democrazia …
Nella fraseologia anglosassone, “ getting familiar” indica la capacità di acquisire familiarità, impratichirsi, avere consuetudine con qualcosa o qualcuno. In altre parole indica la abilità di mettersi in relazione consapevolmente e con piena cognizione di causa con una problematica, un insieme di circostanze, un ambito sia esso filosofico, professionale o personale.

Ancora, indica una complessiva capacità di utilizzare strumenti o informazioni, al fine di raggiungere uno scopo sia esso rappresentato da acquisizione di beni materiali o di nuovi livelli di conoscenza o consapevolezza personale. In definitiva la migliore traduzione potrebbe essere
"entrare in sintonia" intendendo con questo una complessiva capacità di acquisire, elaborare e sviluppare tematiche inerenti la questione proposta.

Questa lunga premessa, serve per cercare di chiarire il significato di una azione tesa a fare diventare patrimonio di tutti i cittadini, in particolare quelli più giovani, le tematiche legate alla Scienza, al Pensiero e Metodo Scientifico ed alla sua divulgazione. Più volte ci siamo sentiti dire che alle nostre latitudini, l’attitudine alla scienza , in generale e nei giovani in particolare , è nettamente inferiore che nei Paesi del Nord Europa o del Nord America, Paesi che pure condividono con noi una analoga condizione di sviluppo tecnologico e scientifico, e soprattutto una analoga condizione di utilizzazione dei benefici che questo comporta. In altre parole siamo tutti utilizzatori di progresso tecnologico e scientifico ma non produttori.

Una nostra grande caratteristica è quella della capacità ideativa: se si analizza la partecipazione italiana ai Programmi Quadro della Unione Europea in ambito di ricerca scientifica, si può constatare che siamo tra coloro che presentano un elevato numero di progetti, che poi vengono anche approvati e finanziati. Una volta superato questo scoglio i nostri ricercatori però faticano a trovare in Patria le condizioni per dare vita alle proprie ricerche . Soffriamo quindi di un deficit organizzativo e di gestione delle risorse che ci vengono assegnate, e pertanto i nostri giovani o parte di essi se ne vanno altrove. Per contro, nelle nostre Università i fondi disponibili, che non sono pochi, - nel 2007 alle Università è stato dato circa il 41% del totale del finanziamento per obiettivi socio-economici - vengono elargiti a pioggia, utilizzandoli più come strumento di consolidamento del consenso che effettivo riconoscimento del valore dei progetti e dei loro proponenti. Che fare dunque? E’ possibile intraprendere una azione che tenda a modificare questo stato di cose?
Esiste un problema generale relativo all’approccio delle nuove generazioni con le istituzioni , la cultura, la conoscenza e l’impatto che tutto questo ha sul modo di vivere , e quindi sulla qualità della vita intesa sia come benessere personale che come capacità di partecipare alla vita di relazione e politica nel contesto di una organizzazione sociale. Esiste anche un problema di formazione delle coscienze civiche , di abitudine alla democrazia, di condivisione di un impianto sociale dove il confronto , le regole democratiche , i valori, siano riportati ad un livello meno condizionato da regole private e personali, da quella che definirei una economia individuale, e più aperto alle necessità dell’essere, alla propria formazione complessiva, ed al contributo che ciascuno può e vuole dare alla organizzazione sociale ed al contesto politico nel quale vuole vivere ed operare.
Alla base di questa riflessione c’è l’osservazione che la difficoltà ad accogliere come parte del nostro modo di pensare il metodo scientifico, si è accompagnata negli ultimi dieci quindici anni ad un progressivo indebolimento di tutto quel complesso di valori, regole e convincimenti che costituiscono il fondamento della democrazia: il confronto delle idee, il rispetto di quelle altrui , la capacità di convivere con regole diverse da quelle che vorremmo, la tolleranza e l’integrazione culturale. L’impoverimento però, non va considerato solo nei modi di espressione della democrazia, ma anche e soprattutto in una lenta ma tenace sostituzione di valori , di modelli identificativi, di coinvolgimenti culturali, che ha portato alla creazione di regole di comportamento individuali, di norme di lealtà personali che trovano giustificazione e sostegno non più in una generale condivisione di ciò che è bene e di ciò che è male bensì sul vantaggio personale e privato che queste possono dare. La nova filosofia può essere così sintetizzata: non è colpevole perseguire comportamenti non etici, è da stupidi farsi “beccare”. Il guasto è profondo, in larga parte delle giovani generazioni. Non si tratta certo di una generazione votata al male ma neppure, semplicemente, di disagio giovanile. Ci siamo lentamente ed inesorabilmente abituati alla correttezza formale degli atti, a discapito di quella sostanziale, agli accreditamenti o alla conformità alle norme europee, che mettono al riparo da qualunque responsabilità, alla petulante ricerca di perfezione normativa nei bandi di concorso salvo poi vedere passare i figli o gli amici o i “ tesserati”, ci siamo abituati a non scandalizzarci per le risse televisive al posto dei confronti di opinioni, o di fronte a notiziari che indugiano sul comportamento di questo o quel calciatore quando contemporaneamente ci sono uomini che muoiono sul posto di lavoro. Ci siamo abituati a pensare che finché questo non accade a noi, non ci riguarda, ci siamo abituati a pensare il mondo come una sorta di microcosmo che esiste solo in relazione al nostro privato, ed in relazione a ciò che il nostro privato può da questo acquisire, in fretta e con poca fatica.
A fronte di questo , le istituzioni continuano a spostare sempre più in avanti i confini del lecito: una parte consistente dei ragazzi non trova nella scuola né l’ambiente culturale adeguato, né quel complesso di regole di convivenza che dovrebbero contribuire a formare i caratteri e le personalità: una parte consistente di ragazzi arriva nelle aule universitarie senza saper coniugare un verbo o con lacune cognitive impensabili solo dieci anni fa. In ambito lavorativo si è lentamente lasciato che la flessibilità diventasse in realtà la copertura normativa a forme di sfruttamento tipiche di altri tempi, il precariato spinto a livelli inaccettabili, di fatto il ritorno al cottimo, la assenza di tutele elementari necessarie per dare corpo ad un progetto di vita, affettivo e/o professionale, ed ecco dunque le aspirazioni verso una proiezione effimera di se ( fare il calciatore, la velina o a vincere qualcosa al quiz televisivo, restringere la propria problematica di vita a quella dei personaggi dei Reality televisivi)): è una dichiarazione di resa incondizionata di una parte importante di una generazione, che si evidenzia con la incapacità di ribellarsi a tutto questo, di incanalare la tradizionale turbolenza giovanile verso il rifiuto di un sistema che li strangola e di dare corpo a quel vento di rinnovamento che fu alle origini del ’68 e di altri momenti di grande cambiamento nei cuori e nelle menti delle persone. Non basta gridare con tutta la propria indignazione “vaffanculo”, che può certamente essere un momento liberatorio ed appagante, ma certo , dopo la liberazione delle pulsioni, bisogna pensare, proporre e costruire un progetto di vita ed una prospettiva generazionale.
Il guasto è profondo: ognuno di noi possiede un complesso di valori, regole, conoscenze, convinzioni che stanno alla base della caratterizzazione ideativa e della formazione dei pensieri. Il modo di orientare i nostri pensieri è frutto sia di un patrimonio genetico che di regole acquisite nel tempo sulla base di esperienza, conoscenza, condizionamenti etici , o, per contro, sulla loro assenza, e costituisce il nucleo intimo di ogni individuo, la sua essenza.
Questo nucleo che ci identifica e determina le nostre opinioni e le nostre azioni sia come singoli che come insiemi di individui e che risiede nella parte più intima di noi stessi, è stato , in una parte importante dei giovani, condizionato da una azione culturale e mediatica, sistematica tesa a far prevalere criteri ed aspirazioni di vita che si orientano verso categorie di pensiero votate all’avere , inteso non solo come godimento del possesso di qualcosa o della acquisizione di una visibilità che a sua volta porta godimento interiore, ma come elemento essenziale di espressione e realizzazione del proprio progetto di vita, un progetto collettivo, che qui si sostanzia e qui si esaurisce.
Il passo verso il disprezzo della cultura, della politica, della fatica intellettuale tesa al miglioramento di se , ed a ciò che questo può comportare nella relazione con gli altri, con le istituzioni, la società , è breve. Da qui in avanti la possibilità che prevalga una percezione di se deviata diventa reale e molto probabile, mentre la coscienza di se si sviluppa all’interno di un complesso di presupposti che portano alla formazione di individualità suggestionate da obiettivi esistenziali effimeri , evanescenti facilmente acquisibili e falsamente appaganti proprio per la loro intrinseca inconsistenza sostanziale: coloro che si lasciano plasmare in questo senso o non dispongono in se o vicino a se di una forte struttura culturale di difesa , rappresentano quella moltitudine di coscienze manipolabili sulle quali la parte più retriva , conservatrice e reazionaria della società farà leva per garantirsi il consenso e la perpetuazione del proprio sistema di potere.
Non c’è dubbio che una parte dei giovani, coloro che appartengono a categorie economiche o sociali più disagiate o coloro che non si situano all’interno di una struttura familiare culturalmente solida ed in grado di apportare correttivi o comunque contrapporre una complessità di valori e visioni alternativi, rappresentano la quota più esposta alla manipolazione , la quale si rivela ancora una volta come strumento di divisione classista , a danno delle classi più povere od emarginate, e di conseguenza come strumento di controllo di una parte consistente delle giovani coscienze.
Il guasto è profondo, poiché non si tratta solo di orientare i consumi, di far preferire quell’oggetto all’altro ma di costruire, su bisogni indotti, di una parte dei giovani, quelli meno equipaggiati culturalmente , che inevitabilmente sono anche quelli appartenenti a classi o gruppi socio-economici in condizione di maggiore difficoltà, un sistema di potere e di formazione del consenso, che in questo caso, e qui sta forse ad un tempo la novità e l’aspetto subdolo, sono coloro che vengono intrinsecamente privati della possibilità di formazione culturale e democratica, quindi di capacità critica, nel momento stesso in cui i loro orientamenti , il loro modo di formazione del pensiero ed i loro progetti di vita si uniformano ai prodotti ed ai modelli preconfezionati loro proposti.
Proprio perché l’obiettivo di questa azione è rappresentato da quella parte di giovani di cui si è detto, potremmo identificare questa azione come una nuova forma di lotta di classe volta a relegare quella parte dei giovani in una condizione di mancanza di possibilità di accedere ai ruoli dirigenti, complessivamente intesi. E questo lo si fa non privando quella parte dei giovani di qualcosa ma offrendo loro un enorme volume di beni – modello, la cui acquisizione diventa obiettivo fine a se stesso , con la falsa convinzione che è attraverso il possesso di quel dato bene e della relativa identificazione culturale, che si raggiunge una condizione di caratterizzazione personale e di immagine.
Il risultato è una divisione , ben evidente , tra coloro che hanno i mezzi culturali e strutturali per contrapporre un progetto di vita sostanziale, col quale aspirare ad una piena realizzazione di se , personale e nel contesto sociale e politico, e coloro che, al contrario, per la mancanza di quei mezzi si trovano in balia di progetti di vita imposti , che li relegano a ruoli subalterni e mistificanti.
Si tratta, in definitiva, di un sistema subdolo ma molto efficace di corruzione delle coscienze , è un modo di “ rubare” la vita ai giovani, ad una parte di essi, poiché non solo si inducono obiettivi inconsistenti ma si inibisce contemporaneamente la capacità di ribellione e riscatto, uniformando e condizionando la stessa capacità ideativa e deviandola su terreni ed obiettivi conformi ad una permanente divisione di ruoli sociali. E più il condizionamento delle coscienze avviene nelle classi meno agiate maggiore è l’adesione di queste alle idealità dello schieramento di destra, realizzando un obiettivo micidiale : più manipolabili, più poveri ,più insicuri e politicamente più solidali con chi li ha portati a questo.
Questa prima fascia giovanile è quella più debole ed emarginata, ma non è tutto qui. Tra la parte dei giovani che pure riescono a mantenere una propria capacità critica e di analisi del reale , vi è una ulteriore divisione, quella dell’effettivo accesso ai ruoli dirigenti: ed ecco la gabbia del precariato. Una moltitudine enorme di giovani, la seconda fascia, che vedono passare la propria vita tra aspettative frustrate, assenza di valorizzazione effettiva del merito, condizioni e rapporti di impiego , che costringono a misurarsi quotidianamente con una condizione molto prossima all’ indigenza, e che lentamente, ma inesorabilmente frustrano qualunque iniziale entusiasmo o , finendo per fare prevalere la necessità di garantirsi la sussistenza autonoma, lasciando senza energie per guardare a quella realizzazione di se, a quel progetto di vita , cui tutti avrebbero diritto.
Rimane dunque , una terza fascia di giovani, molto ristretta, che oltre ai mezzi culturali possiede anche le relazioni sociali, le amicizie o le parentele per assicurarsi quei ruoli effettivi di dirigenza: se andiamo a vedere da chi è rappresentata questa parte di giovani, scopriremo che si tratta di coloro che per tradizione familiare o condizione socio-economica si trovano già in un ambito dirigenziale.
Il guasto è profondo, non solo perché l’impostazione di questa divisione nasce nella cultura ed ideologia della gestione del potere della destra politica, ma perché anche da sinistra in molti casi , sono venuti segnali contraddittori , si sono fatti errori , si è scivolati in troppe occasioni verso un modello di gestione del potere e della organizzazione sociale non sempre rispettoso delle regole democratiche e di elementari norme etiche nella vita politica quotidiana.
La possibilità di cambiamento radicale però esiste. Lasciando le grandi questioni socio-economiche agli esperti di organizzazione politica ,sociale ed economica, ma limitandoci ai temi che più ci sono familiari, e si trova principalmente in alcune possibili azioni, formative da un lato, tendenti a riportare in seno ai giovani la coscienza critica e quindi a ridare alla formazione dei pensieri quella libertà che oggi è fortemente condizionata, strutturali dall’altro, rappresentate fondamentalmente dalla eliminazione del precariato, ed infine etiche , con una riorganizzazione generale , per quanto riguarda le Università ed il reclutamento dei giovani tra le fila dei Docenti e dei Ricercatori.
Rieccoci allora al nostro “getting familiar” di cui si diceva, che andrebbe completato in “ getting familiar to science”.
L’intellettuale italiano è un personaggio di grandi qualità dialettiche, che magari conosce a memoria un Canto della Divina Commedia, e che quasi con vanto sottolinea come a scuola,in Matematica, abbia sempre faticato per avere la sufficienza. Non parliamo della Fisica o della Chimica, e questo molto probabilmente per una scarsa abitudine a confrontarsi con le tematiche scientifiche , derivata da una impostazione scolastica carente dal lato scientifico e al contrario fondata sulle discipline umanistiche, o , su un altro versante su discipline tecniche. Da una delle relazioni tenute a Catania, il 29 febbraio 2008, al convegno "Formazione Universitaria ed esigenze del mercato del lavoro", nel corso del quale sono stati presentati i principali risultati della X Indagine Alma Laurea sulla condizione occupazionale dei laureati, appendiamo che, anche se la documentazione più recente mostra un’inversione di tendenza in quella che è stata definita “crisi delle vocazioni scientifiche”, destano preoccupazioni le percezioni dei giovani di un “contesto scientifico poco accogliente e poco allettante” e del “sistema economico e sociale italiano [che] dedica un’attenzione bassissima alla ricerca”.
Ciò che effettivamente manca nella nostra scuola è l’impostazione scientifica, la presenza fin dai primi gradi della istruzione di materie scientifiche e di una rappresentazione di esse che stimoli i bambini ancor prima degli adolescenti al confronto, alla riflessione su dati certi, alla analisi di un risultato, alla sua discussione, cosa che li renderà in seguito poco inclini alle discipline scientifiche. ( Si veda a questo proposito : Bloom e Weisemberg: Childhood Origin of Adult Resistance to Science, Science May 2007: 996-997) E’ intuitivo, per tutti, che qui è, in nuce , l’essenza del confronto, del rispetto della verità, della impossibilità della mistificazione , dell’etica stessa. In altre parole è l’avvio ad un modo democratico di affrontare le questioni. Scrive Karl Popper : “…ogni volta che nuovi esperimenti forniscono risultati in accordo con le predizioni, la teoria sopravvive e la nostra fiducia in essa aumenta; ma se troviamo una nuova osservazione che non si concilia con le predizioni, dobbiamo abbandonare o modificare la teoria…”
Abituare i giovani, i giovanissimi, gli adolescenti farli familiarizzare con questa modalità di relazione con gli eventi , con la realtà che viene proposta , con modelli di vita e comportamento e relativi valori e presupposti culturali, significa contribuire enormemente a metterli in grado di dare valutazioni autonome e di guidare i propri pensieri e comportamenti in libertà, intellettuale e complessiva, di acquisire un modello dialettico interiore, in una parola di fare propria , intimamente propria, l’abitudine alla democrazia.
Se dunque, la scienza rappresenta per le sue intrinseche caratteristiche uno straordinario esempio di avvio ad un modo democratico di pensare e di relazionarsi agli altri, allora inserire più discipline scientifiche nella scuola significa offrire ai giovani un modello mentale, su cui strutturare il proprio modo di formulare i pensieri e di orientare l’ideazione verso una modalità che necessità di confronti , verifiche , revisioni critiche, e quindi significa dotare i giovani ed i giovanissimi di una metodologia mentale che li metterà in grado di meglio contrapporre ai modelli di vita di cui abbiamo fin qui parlato, la propria capacità critica , frutto di una impostazione mentale che la metodologia della scienza ha contribuito a creare: Making Science more Palatable for the Pubblic è uno dei temi costanti che si possono trovare su The Urban Scientist,s Blog.( 2007.06.21). Dobbiamo anche riuscire a renderci conto che la scienza non è una astratta entità fatta di regole rigide e complesse da capire, - …la scienza non è scolpita nella pietra… - al contrario è creatività, è continuo movimento di idee e pensieri, e può essere gioco e scoperta ad un tempo. E’ il presupposto al concetto gramsciano che se mettiamo in condizione i più piccoli di scoprire verità vecchie avremo fornito loro i presupposti per scoprire in futuro verità nuove. Non è sufficiente però mettere materie scientifiche nei programmi scolastici, è necessario introdurre una nuova figura, un “leader “ appositamente dedicato a rendere la scienza comprensibile, a inventare le metodologie di insegnamento più idonee , ad identificare le strade più adatte al pubblico che si ha di fronte per “ getting familiar to science”. In molti Paesi del Mondo questo ruolo è affidato alla figura dello Science Communicator. All’Università di Vienna nello scorso Febbraio si è tenuto il convegno conclusivo, di un Consorzio di Università Europee che aveva come tema di fondo : Communicating Science; in Australia dal 1994 esiste l’Australian Science Communicator, in Paesi come la Svezia, la Germania ma anche la Repubblica Ceca o la Slovacchia, è un ruolo che si sta rapidamente affermando. Si tratta di Insegnanti, Giornalisti, Scienziati che si dedicano a trasmettere conoscenza, metodologia, nuove modalità di insegnamento che tengono seminari, scrivono articoli e soprattutto hanno un ruolo ormai strutturato nelle istituzioni scolastiche, e tra loro un continuo confronto e rapporto di interscambio ( www.scienceblog.com) su come far approdare gli alunni alle verità scientifiche più elementari, come coinvolgerli nella scoperta di una regola matematica, o di un principio Fisico, in definitiva come creare una mentalità scientifica : “ getting familiar to science”.
Questo è ovviamente un piccolo passo, che non può da solo trasformare le menti ma può senz’altro rappresentare uno degli elementi con i quali iniziare una rivoluzione culturale scientifica in grado di contribuire a rendere quelle menti libere , consapevoli, autonome, democratiche ed a far si che lo siano per tutta la vita.
Più matematica, dunque ma anche più biologia, fisica, informatica, statistica , ma anche compatibilmente con lo sviluppo delle facoltà intellettive piu filosofia e diritto, nuove modalità di comunicazione , qualificazione e selezione dei Docenti, loro valutazione su criteri che tengano conto del risultato prodotto in termini di sviluppo delle capacità di analisi autonoma dei discenti.
“ Getting familiar to science” è un processo, un processo che deve coprire l’intero corso di studi, e deve via via comprendere la dotazione di laboratori , aule informatiche e/o aule comunque attrezzate per la sperimentazione scientifica ed osservazione dei fenomeni ad essi correlati. L’abitudine alla scienza non deve essere un evento episodico ma una costante che accompagnerà i giovani in tutto il loro percorso formativo con modalità diverse , ma tendenti all’unico fine di dotarli, come si è ampiamente detto, di quegli strumenti di dinamica mentale in grado di farne uomini e donne pienamente appartenenti ad un sistema di relazioni politiche , sociali , personali caratterizzate dalla capacità di interrelazione democratica. In questa ottica la figura dello Science Communicator risulta fondamentale per la individuazione delle metodologie di trasmissione sia del sapere scientifico che della acquisizione intima dei concetti.
Una azione culturale e formativa così impostata ,che inizia dai primi gradi della scuola può senza dubbio contribuire a ridurre quella quota di giovani che si ritroveranno in seguito inseriti in quella che abbiamo definito come prima fascia, quella di coloro completamente indifesi nei confronti di quei modelli di vita proposti che abbiamo visto tendere solamente alla creazione di coscienze condizionabili.
L’altra grande piaga del nostro tempo, che condiziona la vita dei giovani è il precariato. Non è sufficiente infatti, che le coscienze siano libere se poi queste devono confrontarsi quotidianamente con le necessità di arrivare alla fine del mese in condizioni dignitose. È anche vero però che coscienze libere difficilmente accetteranno passivamente una organizzazione del lavoro e dei ruoli sociali così rigida come l’attuale , e, con gli strumenti che la democrazia offre , si batteranno per la emancipazione generazionale.
Dal Rapporto sulla Condizione Occupazionale dei Laureati ,presentato a Catania nel 2008, apprendiamo ancora che il lavoro atipico comprende: “ il contratto dipendente a tempo determinato, il contratto di collaborazione coordinata e continuativa , occasionale ed il contratto a progetto, il lavoro interinale, il contratto di associazione in partecipazione, il contratto di prestazione d’opera, il lavoro intermittente, il lavoro ripartito e il lavoro occasionale accessorio, attivo per ora sperimentalmente solo in alcune province. Abbiamo compreso in questa categoria anche i lavori socialmente utili, di pubblica utilità ed il piano di inserimento professionale, che pure non prevedono l’instaurarsi di un vero e proprio rapporto lavorativo. Abbiamo inoltre deciso di tenere distinti i contratti di inserimento/formazione lavoro e quelli di apprendistato, che pure in un’accezione più ampia avremmo potuto comprendere tra i lavori atipici, una volta verificata, sicuramente nel caso dei laureati esaminati, la loro natura di anticamera del lavoro stabile.”
E si parla solo dei laureati. Come è possibile che una Società moderna , consapevole , tecnologica riduca a questo una intera generazione, i propri giovani, la risorsa più preziosa che una Società possiede? Frustrazione, impossibilità di pensare la propria vita, di farsi una famiglia , di avere il mutuo per comprare casa, a volte di progettare anche solo una vacanza, e via di questo passo, cose che sentiamo dire quotidianamente.
Il precariato nelle Università, quindi nella massima espressione della esperienza formativa, è rappresentato, non solo da Assegnisti , Borsisti, Contrattisti a tempo determinato , ma anche da figure riconducibili ai Dottorati di Ricerca e a talune Scuole di Specializzazione.
Questa forme di precariato in teoria dovrebbero corrispondere ai primi gradini od alle fasi di avvio della carriera docente o di ricerca, e quindi essere vissute come momenti di totale immersione in un ambito di ricerca e di didattica al quale dedicarsi con lo scopo sia di acquisire esperienza ed affinamento delle proprie capacità sia di dare un contributo personale nei campi di interesse che si sono scelti. A queste fasi iniziali dovrebbe poi succedere dopo opportuna valutazione l’accesso o alla Docenza o alla ricerca in ambiti di prestigio. Oggi, in realtà queste posizioni sono esclusivamente vissute come un lavoro precario che comunque assicura una retribuzione, bassa ma una retribuzione. Colui che accede al Dottorato di Ricerca non si considera all’inizio della propria carriera e quindi uno il cui unico impegno deve essere quello di esprimersi al massimo delle sue possibilità, ma semplicemente uno che intanto ha un lavoro , ma che nel frattempo è bene che se ne cerchi un altro. E’ quindi sostanzialmente cambiato l’approccio mentale di coloro che appartengono alle prime due fasce di giovani mentre per la terza nulla è cambiato poiché essi hanno comunque una corsia preferenziale su cui correre e possono permettersi il lusso dei periodi all’estero in istituzioni prestigiose, e quindi di fare curriculum che darà loro anche la copertura formale per la futura carriera nella Docenza o nella Ricerca.
Ecco, dunque che il processo di cui stiamo parlando arriva alle sue estreme conseguenze: a)acquisizione di un modello libero, democratico e creativo nella formulazione del pensiero, b) percorso didattico-formativo continuato con metodologia scientifica supportata dallo Science Communicator, e c) offerta di lavoro intellettuale con nuove determinazioni e regole di accesso.
Per quel che riguarda questa ultima parte , limitandoci al reclutamento del personale docente, bisognerebbe riuscire ad uscire dalla farsa dei concorsi così come sono strutturati attualmente, e bisognerebbe parimenti abbandonare ogni teorizzazione su commissioni segrete o formate da “personalità estere” come se nelle nostre Università non ci fossero personalità scientifiche in grado di stabilire chi vale veramente e chi è più incline ad una professione al di fuori della Docenza Universitaria. Di certo i nostri giovani aspiranti docenti e ricercatori si aspettano criteri che finalmente rispettino il merito e la capacità complessiva, ma anche qualità meno schematicamente valutabili come l’attitudine alla docenza ed alla ricerca, l’originalità, la curiosità , la capacità di stare in un gruppo , la capacità di comunicazione e di interrelazione con altri gruppi di docenti o ricercatori, la concretezza nella formulazione di un progetto di ricerca.
Perché allora non considerare il Dottorato come un periodo veramente preparatorio alla docenza o alla Ricerca, ancorando la apertura delle varie posizioni ai pensionamenti e garantendo quindi che alla fine di questa fase di preparazione si apra direttamente la carriera accademica. In questa prospettiva il ruolo dei Docenti di riferimento del Dottorando diventa fondamentale, poiché sono essi che devono accompagnare il Dottorando verso la realizzazione della propria formazione scientifica e didattica . Una nuova forma di Tutorato che deve concludersi con un esame finale ma che , salvo eventi eccezionali, garantisce al giovane ricercatore l’accesso alla carriera accademica. Se così impostato il periodo del Dottorato cessa di essere un “lavoro” per garantirsi uno stipendio e diventa veramente il periodo nel quale esprimere le proprie qualità e completare la propria formazione, una volta certo che al termine del Dottorato non vi sarà come ora, per i più, l’incertezza più totale.
I Docenti in questo caso devono essere responsabili dei loro Dottorandi , seguirli, incalzarli, motivarli e certamente non abbandonarli per strada come spesso avviene, ed essendo essi stessi passibili di valutazione per il loro ruolo di Tutori dei nuovi e futuri Docenti o Ricercatori.
Un percorso complesso , quindi , ma che se pienamente , coscientemente e lealmente impostato e perseguito può certamente dare un piccolo contributo alla vera liberazione delle menti dei nostri ragazzi ed aiutarli ad esprimere , dove ci siano, le loro qualità migliori, facendo loro ritrovare anche il gusto per le regole della democrazia e la fiducia nello stato di diritto.



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