La cura che ammazza il cavallo?, intervista a Roberto Battiston

14 ottobre 2009
D. Fino a non molto tempo fa l'Italia era tra i paesi ad avere un rilievo
primario in una serie di aree anche scientifiche. Oggi non si investe più o
comunque lo si fa poco nel pubblico e meno anche nel privato. Secondo Lei,
perché?

R. Va innanzitutto sottolineato che viviamo in un paese in cui la ricerca scientifica
non è mai stata ai primi posti dell'interesse della società né della politica che la
rappresenta. Nonostante l’Italia abbia dato natali ad alcuni grandissimi scienziati,
il ruolo della scienza nella cultura è da lungo tempo abbastanza marginale. Un
altro punto importante che oggi la ricerca è diventata un’attività che coinvolge nei
vari paesi centinaia, migliaia di persone e deve essere fatta in modo assolutamente
coordinato e pianificato. Si fa in gruppi spesso numerosi, operando su lunghi
periodi, con grandi investimenti, in un contesto internazionale estremamente
competitivo.
In Italia le comunità scientifiche si sono spesso auto-organizzate e hanno
individuato figure di riferimento capaci di dialogare con il mondo politico. In
questo modo sono state operate scelte strategiche in campo scientifico, che poi la
politica ha, piu’ o meno sistematicamente, accolto. Insomma il motore delle
strategie sono state le singole comunità scientifiche o addirittura parti di esse
attraverso rapporti fiduciali con il mondo della politica. Questo ha creato un
sistema che, con i suoi limiti, funzionava, sia pure a macchia di leopardo e con
perdite di esercizio significative. Grazie a questa situazione l’Italia in alcuni
settori ha saputo raggiungere e mantenere livelli internazionali mentre in altri,
altrettanto strategici, ha perso treni importantissimi.
Negli ultimi anni questo meccanismo è diventato sempre meno efficace. Ci sono
stati interventi pesanti di commissariamento e riordino degli enti che hanno
rappresentato un intervento della politica molto piu’ diretto che nel passato.
Questa riorganizzazione, partita con il ministro Moratti, proseguita con Mussi e
ora continuata dal ministro Gelmini, è lungi dall’ essere compiuta. In un contesto
di equilibri già delicati il prolungarsi di questa situazione ha un effetto
destabilizzante sul mondo degli enti di ricerca.
Le conseguenze piu’ evidenti sono sotto gli occhi di tutti: progressivo
contenimento, prima, e riduzione, ora, degli effettivi, congelamento dei ruoli,
blocco dei concorsi. Da parecchi anni il decisore politico interviene nel mondo
dell’università e della ricerca perché evidentemente non è convinto che una
gestione veramente autonoma della ricerca possa grantire dei buoni risultati.
Purtroppo questa tesi è in parte avvalorata dall’esistenza di storture e abusi da
parte di segmenti, sia pur minoritari, delle comunità scientifiche. Tuttavia gli
effetti della cura rischiano di uccidere il cavallo. Gli interventi drastici in un
settore così delicato come la ricerca possono portare ad una involuzione che puo’
durare moltissimi anni e di cui si vedono chiaramente gli inizi .
Devo dire pero’ onestamente che non invidio il Ministro Gelmini. Mettere mano
al sistema universitario e della ricerca per correggere comportamenti anomali e
abitudini che si sono radicate nel corso di generazioni è difficile, molto difficile.
Riconosciamo che la tanto sbandierata autonomia universitaria ha prodotto la
moltiplicazione delle sedi, le idoneità ed i concorsi predeterminati, l’incapacità di
gestire in modo rigoroso le risorse pubbliche. Occorre non dimenticare mai che la
generazione dell’ope legis degli anni ottanta è ancora oggi in pieno servizio e
opera ai massimi livelli di responsabilità. I danni che furono fatti trent’anni fa
(non solo danni certo !) ce li siamo portati dietro per una generazione e ci hanno
obbligato a competere correndo con le due scarpe legate tra loro. Non è il caso
di ripetere quel tipo di errori.
D. In questo momento, come comunità scientifica, qual è l’elemento di cui
soffrite di più?

R. Manca il dialogo non ci sono canali veri di comunicazione, le parti, il mondo
scientifico e quello politico, diffidano troppo una dell’altra. Si sta determinando
un buco spaventoso di progetti e pianificazione nella ricerca, ne faremo le spese
nel prossimo futuro. Si parla tanto di giovani, ma attualmente il principale
interesse è quello di rimuovere i “vecchi”, non di promuovere i giovani, i migliori
dei quali vanno direttamente all’estero. Abbiamo assistito ad un crollo
drammatico delle iscrizioni ai dottorati di ricerca che sono la fase iniziale della
formazione scientifica post laurea. I giovani hanno mangiato la foglia, hanno visto
in che convulsioni si trova il mondo universitario e quali siano le difficoltà di
inserirsi nel mondo della ricerca. I dati riportati da Stella in un recente articolo sul
Corriere sul brain drain italiano fanno rabbrividire. Un buco nell’ attività di
pianificazione scientifica, dicevo, sia per le persone che se ne stanno andando via,
sia per la mancanza di finanziamenti che non permettono la nascita di nuovi
progetti, sia per la mancanza di comunicazione tra il mondo della politica ed il
mondo della ricerca. Tutto questo senza sapere ad oggi quale sarà la futura
organizzazione della ricerca. Ci sarà attenzione per scienza di base o solamente
per quella applicativa? Cosa accadrà della ricerca vera e propria, quella curiosity
driven, che è alla base di ogni ulteriore livello di ricerca e fa nascere cose nuove, i
risultati inaspettati e quindi le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche?
Se noi non la sosteniamo questa ricerca, che costa ma non dà subito risultati, non
verrà mai a galla ciò che essa potrebbe produrre, perché se tagliamo il livello
iniziale, quello della curiosità, questo colpirà anche il livello successivo, quello
dell’ applicazione. La cosa paradossale è che, mentre in America Obama,
ereditando una crisi finanziaria di dimensioni apocalittiche, reagisce dicendo:
“Aumentiamo il deficit, ma portiamo al 3% del Pil gli investimenti a ricerca,
facciamo partire il solare, le rinnovabili, le macchine elettriche” – e tutto ciò che
ne consegue, poiché da qui si arriva fino all’acceleratore di particelle, alle
nanotecnologie, allo spazio, in Italia la sola parola d’ordine è, almeno fino ad ora:
“Tagliamo”.
I politici americani sanno bene che cosa sia la scienza, quanto essa serva per
l’economia, per una politica e una strategia globale. In Italia sono in molti a non
sapere che cosa sia veramente la scienza. Molti pensano solo che sia una cosa
che costa, pensano che il ricercatore che passa il suo tempo a “giocare” con i
numeri e con costosi strumenti scientifici, sia un privilegiato e non capiscono
come possa derivarne un beneficio per la società. Da cui una reazione alla crisi
economica in atto che comporta scelte suicide come quella di tagliare anche la
ricerca.
Si tratta davvero di un profondo problema di comprensione. Il successo di cui si
parla oggi è un successo d’immagine, un successo di pubblico, un successo di
voti, di soldi. Al contrario, il valore della ricerca scientifica sta nella sua difficoltà,
nel suo rischio, nel valore dei risultati che ottiene e si determina nel medio o
lungo termine. È una professione che si nutre di passione, di fatica, di entusiasmi,
e ha bisogno di tempo. Il ricercatore ha una mentalità che non è quella volta alla
produzione, ha una mentalità che va verso la scoperta ed è mosso dalla passione.
La libertà di pensiero è inevitabilmente la ragione di vivere di chi fa ricerca, ma
questo oggi appare poco comprensibile ad una parte delle popolazione ed, in
particolare, alla maggioranza al governo.
D. Dunque il ricercatore, che soffre di queste difficoltà e della mancanza di
riconoscimenti, è quantomeno arrabbiato?

R. In realtà la rabbia richiede energia e implica la possibilità di essere convogliata
in una direzione costruttiva. La rabbia e basta porta all’ulcera.
Se una persona è sana di mente e realizza che la situazione sta nei termini che ho
cercato di descrivere, probabilmente pensa: “Dove posso investire le mie poche
forze per continuare a fare un lavoro dignitoso? Sono ancora in grado di portare
avanti attività di ricerca importanti come quelle che ho fatto fra mille difficoltà in
questi anni?”. Fino a quando la risposta è sì, questa persona cercherà il modo di
farlo, vi assicuro che i nostri scienziati sono bravissimi ad adattarsi a condizioni
apparentemente insostenibili, e continuare a fare ricerca. Certamente in modo
complicato, inefficiente, cambiando continuamente interlocutori. Ma è chiaro che
mano a mano si riducono o si interrompono i contatti, le prospettive e le risorse
nel nostro paese, l’interesse di queste persone inevitabilmente si sposterà verso
altri paesi. Prima o poi si potrebbe spostare non solo la mente ma anche il corpo.
E’ una questione di sopravvivenza e di dignità. Di sopravvivenza culturale. Non
sto facendo un ragionamento teorico, in Italia il brain drain è un fenomeno che
non colpisce solo i giovani. Esso colpisce anche i migliori fra i ricercatori
affermati. Conosco almeno 3-4 ottimi ricercatori senior nel mio settore che negli
ultimi anni hanno lasciato un posto permanente per emigrare in paesi in cui le
prospettive di carriera erano decisamente piu’ attraenti. Quanti stranieri hanno
intrapreso il cammino opposto lasciando un posto permanente all’estero per venire
in Italia ? Nel mio settore non ne conosco nessuno!


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