Il Pd di Bersani che senso dà alla rete? di Michele Mezza

14 ottobre 2009
Ogni ora che trascorre sul pianeta nascono, in media, 15 mila bambini. Nello stesso lasso di tempo
40 mila persone nel mondo entrano in Faceboock.Due mila e seicento sono italiane. Quante di queste guardano al PD? Meglio ancora :un internauta di Vigevano, figura corrispondente alla generica casalinga di Voghera, testimonial dell’era televisiva, come si vede rappresentato dal dibattito per la segreteria del PD? Intendo per internauta, non un omino verde giunto da un altro pianeta, che smanetta a più non posso sulla rete e ragiona solo di terabyte. Intendo invece, più concretamente, una delle 6 milioni di partite iva che producono valore nel nostro paese scambiando segni o sogni, come si dice, che lavorano ciò è nel terziario avanzato o nel composito mondo della comunicazione multimediale.Un personaggio che ormai concorre in Europa a formare circa il 70% del PIL. Una figura sociale cardine, che in Italia si identifica con almeno tre generazione di nativi digitali, cio è di ragazzi nati e cresciuti all’ombra della rete, e di una moltitudine di agenti produttivi che nel nord del paese- ma anche a Sassuolo e Prato per indicare due luoghi dove sono arrivati schiaffoni brucianti sulle gote del PD nelle ultime elezioni- vivono la rete come il luogo della competizione con i loro omologhi in tutto il mondo. Chi parla alla loro pancia? Perché anche gli internauti ne hanno una, non vivono solo di pollice e indice.
L’idea del lavoro come collante sociale dice loro qualcosa? O la possibilità di negoziare collettivamente le loro rivendicazione li può mobilitare? La manifestazione del 3 ottobre sulla libertà di espressione quella almeno dovrebbe toccarli, o no? Io credo di no. Sazi e Insensibili o fottuti reazionari? No, semplicemente gente che vive altre contraddizioni non mediate dalla politica, o almeno da questa politica. Siamo ad un passaggio di paradigma che, al di là delle chiacchere da convegni, significa che dobbiamo cambiare la nostra cassetta degli attrezzi. Non lo abbiamo fatto forse come movimento del lavoro nel dopoguerra ,quando dai braccianti che occupavano i latifondi passammo a costruire una nuova grammatica politica cadenzata sul mondo della fabbrica? Eppure ancora nel 1955, al congresso della Federbraccianti qualcuno chiedeva di non lasciare il sicuro per l’insicuro, il consenso agricolo per il volubile mondo delle città? Mi convince il ragionamento di Bersani sulla necessità che i riformisti siano il partito delle liberalizzazioni economiche e della competizione fra i capaci. Così come mi persuade l’idea che bisogna connettere, congiungere ,il mondo dei lavori a quello della conoscenza .Ma qualcosa di concreto a questo secondo mondo dovremo pur dire. Non basta invocare finanziamenti per la scuola, ne denunciare i tagli al mondo della ricerca. Questo è un presupposto, una pre condizione. Non si parla al mondo della rete parlando di alfabetizzazione. Così come non si sarebbe parlato nel ’69 agli operai brandendo come obbiettivo la giornata di 8 ore o il diritto ad avere un sindacato. C’è stata quel tempo, ma poi, per fortuna è venuto il tempo del contratto unico operai impiegati, dei consigli di fabbrica, della difesa della salute dei lavoratori. E allora all’internauta di Vigevano cosa diciamo, ora e subito , per fargli capire che il 25 ottobre tocca anche a lui decidere dove deve andare il PD e nelle successive mobilitazioni , tocca anche a lui dire dove deve andare l’Italia? Il mondo dell’innovazione non è un eden di camici bianchi. Sono in corso conflitti globali dal cui esito dipenderanno le sorti dei nostri distretti industriali, delle nostre filiere della ricerca, delle nostre università. Intanto la neutralità della rete? Da che parte stiamo? Con chi vuole recintare i nuovi commons informatici o con chi vuole liberalizzarli?Nel conflitto fra Google e gli editori, non a caso esploso in Italia, come fu per la Tv commerciale, noi con chi stiamo? Con chi vuole tutelare il dominio sui contenuti pensando che la rete sia solo un edicola più grande o con chi, di fatto, ha promosso la più straordinaria campagna di alfabetizzazione del pianeta? E ancora nell’appalto a Google ( il bene e il male non si divide con il coltello neanche su Internet) delle memorie collettive deciso dal ministero dei beni culturali cosa pensiamo? Che tutto sommato è bene che il più bravo possa tutelare la nostra cultura o che un paese gioca la sua sovranità nell’autonomia a gestire i propri asset culturali? E ancora Bersani parla di protagonismo comunitario, ancora di più di sussidiarietà competitiva. Sono d’accordo, ma per l’innovazione cosa significa? Vuol dire, ad esempio, che sono i comuni , come accade nelle città americane non nella comune di Shangai, a dover stilare i piani regolatori della connettività per promuovere l’accesso e le aree di competizione? La banda larga è un diritto universale come acqua, luce e gas? Gli enti locali governati dal PD oltre che smaltire la monnezza devono anche elaborare piani di servizi multimediali, come a Boston o S Francisco, guidando la ripresa economica, e rendendo tracciabili le decisioni dei pubblici amministratori sulla rete? L’Italia può fare come il Portogallo che ha reagito alla crisi mettendo in cantiere un piano per un milione di computer a 100 dollari per le scuole elementari , accelerando così la corsa all’alfabetizzazione di massa? Computer non appaltati a Microsoft o a Apple ma condivisi, concordati, dove i contenuti, il software è frutto di un linguaggio e di una cultura nazionale e non di importazione, O come l’australia che ha messo in cantiere un piano di spesa di 30 miliardi di dollari in otto anni per dare la banda larga a 50 mega a tutti?Nel passaggio al digitale terrestre il PD può essere il partito dell’Open Spectrum, dove le frequenze liberate dai grandi broadcaster come Rai e Mediaset vengono liberalizzati e messi a disposizione di chiunque voglia produrre e trasmettere in radiofrequenze di Tv mobile, come propone Obama? E infine vogliamo abbandonare la guardia al bidone della TV generalista e lanciare un piano di riconfigurazione del servizio pubblico che da distributore di messaggi d’opinione diventi un’agenzia di linguaggi, e e funga da grande partner di individui e comunità nel passaggio dalla Tv di massa alla massa delle TV?
Mario Losano, grande maestro di diritto istituzionale, nel recente festival della democraziaq di Torino ha detto che oggi democrazia è “un parlamenti pienamente rappresentativo più un sistema di informatizzazione distribuito”.Voglio semplificare ancora più drasticamente: oggi democrazia in un paese moderno è essere più innovativi di Google ? Significa pensare alla rete come sarà e non come è ora, lasciando ad altri il potere di lavorare sul futuro. Sapendo che la tecnologia non è di destra o di sinistra. Ma non è neanche neutra.Stare sotto quella soglia significa accettare una subalterneità che colpisce proprio i giovani. Dalla Fiat non l’avremmo accettato, perché da Google si?
Io credo che questo sia il senso da dare a questa storia: ridare un popolo vero, vitale, irrequieto, alla politica delle riforme. Uscire dalla zona d’ombra dove l’assedio del berlusconismo tenta di rinchiuderci, facendoci apparire come quelli che vogliono solo preservare: preservare la costituzione, preservare la Rai, preservare il lavoro.
Vogliamo dare una sterzata al paese, scegliendo come base sociale, come figura propulsiva, il nuovo auto imprenditore della rete?Obama lo ha fatto, e si è messo in discussione, costruendo non un partito a rete, ma la rete come proprio partito: 30 milioni di persone sono entrate in gioco . Ma non gratis: la rete non è un megafono per mobilitare elettori, ma un telefono per conversare con interlocutori. E discutere su tutto con loro. Anche Bersani pensa che “L’america è lontana dall’altra parte della Luna” come dice dice il Caruso di Lucio Dalla? Io credo che nel nostro passato ci siano state utopie più sfuggenti e inverosimili di questa: la rete come nuova fabbrica, il sapere come il lavoro del ‘900.Il PD come il partito del futuro, che cammini sulle gambe della rete e che vinca intanto nel presente, e non solo al sud. We can.






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