Il giallo di Oderzo/ Una mezz’ora fatale: la verità della madre e quella dell’accusa

di Luca Bertevello

TREVISO (18 maggio) – Morta nelle scure acque del Monticano dopo 30 mesi di vita. Un destino strano e tremendo quello di Giuliana Favaro. Legato a dinamiche finora irrisolte, scandito da evidenze lampanti ma anche da certezze assenti, da prove svanite nel nulla e dall’insinuarsi di ipotesi che sfidano le leggi della fisica, della probabilità e della psicologia. Il punto è proprio questo: Cassazione e Riesame hanno accolto la tesi che una simile tragedia sia stata fors’anche conseguenza di un evento accidentale e non doloso, cioè hanno riconosciuto il remoto ma ragionevole dubbio che la bimba, quella sera, possa essere scivolata nel fiume da sola. Quanto remoto o quanto ragionevole è uno degli argomenti principali su cui accusa e difesa si daranno battaglia in aula da oggi. C’è pochissimo spazio, però, per immaginare un epilogo diverso dall’uccisione della bambina e questo non per scaricare sulla madre, Simone Moreira, responsabilità che vanno assolutamente dimostrate in sede giudiziaria, quanto perché nulla ma proprio nulla, neppure una straordinaria concatenazione di eventi, è in grado di surrogare la teoria dell’incidente fortuito.

L’analisi si basa su quel che accadde alle 22.30 del 2 settembre 2009 a Oderzo, partendo dalle dichiarazioni rese e poi sempre ribadite dalla madre, Simone Moreira, che la Procura di Treviso incarcerò per 199 giorni prima che il Riesame le concedesse la piena libertà, in attesa del processo. La Moreira ha sempre sostenuto che lasciò la bambina sullo spartitraffico di piazza Rizzo per recuperare le scarpe della bimba in auto. Dopo essersi distratta un paio di minuti, della figlioletta non c’era più traccia. Il cadavere della piccola venne ripescato nel Monticano un’ora e mezzo più tardi e un chilometro a valle.

——————————————————————– Gazzettino.it ha voluto dare un contributo alla ricostruzione di ciò che è accaduto andando a Oderzo e cercando di mostrare con un video – sulla base delle sue dichiarazioni – ciò che ha fatto Simone Moreira negli ultimi minuti di vita della figlia Giuliana Favaro. Ecco la prima parte: il giro in centro città (durato nella realtà 8-9 minuti) con l’ultima immagine che ritrae Giuliana viva, in braccio alla mamma.

——————————————————————— Abbandonata sullo spartitraffico in piazza Rizzo, la piccola Giuliana è sola, ma con un’ampia gamma di opzioni disponibili. Talmente ampia che non esiste un modello matematico in grado di contemplarle tutte. Proviamo però a immaginarne uno programmato secondo criteri semplici ed essenziali che prendano in considerazione esclusivamente le direzioni più logiche nelle quali una bimba di 2 anni e mezzo poteva muoversi in quel particolare contesto.

Prima opzione: correre dietro la madre che va verso l’auto parcheggiata a 18 metri di distanza. Seconda: inseguire le luci della gelateria in fondo alla piazza. C’è anche la possibilità di infilare un viottolo a sinistra, oppure di andare verso il marciapiede a destra o ancora di fermarsi sul posto. La sesta opzione è dirigersi all’isola ecologica sotto l’argine del Monticano a 45 metri di distanza. Nel momento in cui viene raggiunta, la scelta fra le 6 possibili alternative aveva una percentuale di realizzazione del 16,66%. Lì giunti, si può seguire il corso della strada che piega a destra o attraversare lo spiazzo verso la pedonale che fiancheggia l’argine oppure approdare alle scalette che portano in cima. Ma questo ulteriore tragitto e in tale direzione può essere ultimato solo nel 3,33% dei casi. Proseguire fino alla sommità dei 14 gradini, ignorando come in tutti gli altri casi l’opzione di fermarsi o tornare indietro, significa metterci piede solo l’1,11% delle volte. Sull’argine il ventaglio di traiettorie si fa di nuovo ampio: proseguire a sud o a nord superando la passerella sopra la chiusa; entrare nell’erba alta dei terrazzamenti che digradano verso il fiume. Posto che tornare sui propri passi o non proseguire sono sempre due scelte ragionevoli, l’ultima è scendere lungo il più ripido e insidioso pendio che termina nel Gattolè subito dopo la chiusa. Ma impegnare quel costone partendo dallo spartitraffico è un evento a cui il calcolo probabilistico concede lo 0,185% di potersi verificare. Infine, nell’erba alta fare dietrofront oppure piantarsi o ancora seguire un leggero ma percettibile addolcimento del pendio che porta verso i terrazzamenti, sono possibilità reali. Avvicinarsi troppo al flusso impetuoso delle acque che escono dalla chiusa col rischio di scivolarvi dentro è quasi una sentenza. Il problema è che solo nello 0,046% dei casi si può verificare uno scenario del genere, cioè partire dalla piazza e cadere in quel punto. Stiamo parlando di una possibilità su 2160 alle condizioni e in base ai parametri che sono stati inizialmente stabiliti.

Una delle leggi fondamentali della teoria probabilistica è che l’obiettivo delle sue equazioni è di minimizzare gli errori, non di eliminarli. E a maggior ragione va osservata prudenza in questo caso perché applicare un modello probabilistico alla specifica situazione non può avere una credibilità scientifica tale da renderlo incontestabile. La complessità della mente umana e l’incidenza di agenti esterni in un ambiente non protetto sono fattori imponderabili che nessun modello è in grado di definire con sufficiente esattezza. Il valore stesso delle singole alternative si può mettere in discussione: abbiamo attribuito a ognuna di esse le medesime probabilità che si potessero realizzare quando invece è molto più facile che una bimba corra verso la luce che verso la totale oscurità. Ciò detto, l’esempio è interessante perché permette di stabilire su quali ordini di grandezza ci stiamo muovendo e quanto fosse improbabile completare un percorso così tortuoso da parte di una bambina che fino a pochi istanti prima si rifiutava di camminare.

*SCIVOLONI, ORTICHE, ERBA E UMIDITÀ

* Non abbiamo mai accennato all’eventualità che Giuliana sia rotolata dentro il canale una volta affrontato il pendio finale. Ci sono parecchi motivi per escluderlo: il peso della bambina (13 chili), l’inclinazione del salto e l’altezza dell’erba, fino a 80 centimetri, avrebbero impedito un rotolamento così prolungato da esaurire la sua forza propulsiva soltanto dopo dieci metri. Con l’attrito rappresentato dalla vegetazione su una pendenza significativa ma non tale da risucchiare una persona, Giuliana avrebbe potuto raggiungere il canale solamente attraverso uno sforzo consapevole che è fuori discussione. Ma se questo non dovesse convincere gli scettici, qualcuno dovrebbe spiegare come mai quando fu trovata nel Monticano, la bimba non presentava una sola ustione da contatto con le ortiche. Chiunque si affacci in questi giorni sulla zona sequestrata dalla Procura per ricreare l’habitat della sera maledetta, si accorgerà che il pendio ne è infestato, soprattutto in prossimità dell’acqua. Uno sfregamento anche minimo avrebbe provocato una reazione immediata della cute e la pelle sarebbe rimasta abrasa per diverse ore. Nei referti medici di questo non c’è traccia.

La faccenda del presunto ruzzolone si sarebbe potuta risolvere senza ricorrere a sequestri e ricostruzioni anche facendo una perizia sugli abiti della bimba. C’era la possibilità di evidenziare a distanza di mesi eventuali tracce di clorofilla con un esperimento non distruttivo e ripetibile, oppure si poteva tentare l’estrazione del pigmento perché la clorofilla, pur se decaduta a feofitina, sarebbe ancora rintracciabile e la sua natura avrebbe raccontato agli inquirenti a quale tipo di erba apparteneva, se di pendio o di fondale. Ma, colpo di scena, gli indumenti di Giuliana, cioè una maglietta di cotone bianca e un paio di calzoncini rosa, sono stati persi dopo l’esame autoptico per una mancanza di protocolli che è anche difficile da addebitare a soggetti precisi. Restano le testimonianze a verbale e alcune foto che non sono certo la stessa cosa ma che evidenziano la presenza di sottilissime tracce verdi sulla parte anteriore dei calzoncini. Dovendo fare di necessità virtù, è comunque inspiegabile che un volo del genere ne possa lasciare di così impercettibili, anche perchè alle 22.30 del 2 settembre c’erano 24 gradi e un’estesa copertura nuvolosa con temporali senza precipitazioni: caratteristiche climatiche ideali per un punto di rugiada elevato. In caso di rotolamento, l’erba palustre, che oltre a risentire del tasso di umidità dell’aria catalizzava anche quella rilasciata dalle fredde acque del fiume, era dunque abbastanza umida da lasciare qualche traccia su qualunque sezione dei vestiti. Pertanto non esiste motivo di credere che Giuliana sia caduta rovinosamente nel canale.

*BLACK OUT E 14 GRADINI

* Un altro aspetto inquietante è la difficoltà intrinseca del tratto che la bambina avrebbe dovuto percorrere per giungere sull’argine. Con l’oscurità indotta dal black out e l’assenza di chiarore lunare, scalza e provata dalla prolungata assenza di alimentazione, per Giuliana arrivare all’isola ecologica non avrebbe avuto alcun senso, ma avanzare sarebbe stato impensabile. Inoltrarsi nello spiazzo tombinato che porta verso le scalette, col fragore del Gattolè che si getta nella chiusa, e farlo nella completa oscurità, sono evenienze che annienterebbero la volontà di qualunque bambino e non ci riferiamo solo a quelli in età prescolare. Anche i 14 gradini che portano sull’argine avrebbero rappresentato un ostacolo praticamente insormontabile. Infine, c’è da chiedersi cosa poteva spingerla a entrare in erba talmente alta da precluderle la visuale e in quelle condizioni ambientali. Tutto questo senza un grido, un sussulto, un’esitazione. Fantascienza. Fatte le debite proporzioni, era l’equivalente di un percorso di guerra per un soldato.

———————————————————————-Nella seconda parte della ricostruzione video, vi proponiamo la seconda parte del percorso, quella dopo il ritorno in piazza Rizzo. Simone Moreira, a suo dire, avrebbe proseguito la passeggiata oltre la piazza e sarebbe andata con la piccola lungo l’argine del Monticano, prima di tornare indietro fino all’auto.

———————————————————————- *FATTORE PSICOLOGICO E PAURA DEL BUIO

* Il buio nei bambini genera paura perchè significa perdita dei punti di riferimento. Ecco spiegato come mai anche l’aspetto psicologico ha in questa vicenda un peso specifico enorme. Se l’area della tragedia quella sera era avvolta dalle tenebre, se l’oscurità riattiva nei più piccoli una sensazione di vulnerabilità ancestrale, se tutti i bambini del mondo la temono senza distinzioni e dato che Giuliana non era diversa dagli altri, per quale ragione proprio lei l’avrebbe affrontata con una simile spavalderia? Certo, nella loro semplificazione mentale, i bimbi non sono capaci di distinguere ogni fonte di pericolo legata al buio. Ma la sfrontatezza con cui Giuliana avrebbe flirtato col rischio, superando tutte le barriere emotive che doveva erigere a protezione delle proprie certezze, sfida qualsiasi logica. Affermare che era vivace o che la sera giocava a nascondino in un ambiente comunque familiare come il giardino di casa è fuorviante nella misura in cui le attribuisce un comportamento così spregiudicato da non essere realistico.

*PRIME CONCLUSIONI

* «Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità». È un aforisma del filosofo e pensatore tedesco Friedrich Nietzsche. Applicato alla tragedia: sarebbe sbagliato accettare a scatola chiusa una conclusione soltanto perché non sembrano esisterne altre, anche se è figlia di una testimonianza così priva di riscontri da apparire menzognera. Ci sono casi però nei quali le possibilità che un certo evento possa verificarsi sono talmente labili da poter giustificare a malapena l’ipotesi dell’irragionevole dubbio, non del dubbio motivato che Cassazione e Riesame hanno deciso di cavalcare. D’altra parte, proprio questo emerge dalle constatazioni su ciò che, fino a prova contraria, la sera del 2 settembre 2009 non è mai accaduto.

*LA MORTE DI GIULIANA E L’IMPORTANZA DEGLI INDIZI

* Quando è morta Giuliana? Qual è stato l’istante preciso in cui il suo destino si è compiuto? È possibile, sulla base di elementi circostanziali, tabulati telefonici, prove filmate e deposizioni, circoscrivere il momento esatto in cui la bimba di due anni e mezzo finì nelle acque del Monticano? Tentare di dare una risposta formulata sulla base di criteri plausibili è fondamentale per l’esito del processo. Ci sono due notevoli punti di riferimento dai quali partire per ipotizzare una ricostruzione che abbia solide fondamenta e sono le registrazioni delle videocamere, in particolare quelle delle Poste, a un passo dal teatro degli eventi: piazza Rizzo. Sotto quell’occhio elettronico si apre e si chiude un cerchio all’interno del quale anche il più piccolo indizio può rivelare la verità.

*TELECAMERE E TABULATI

* Alle 22.22 del 2 settembre Simone Moreira cammina con Giuliana in braccio davanti alla telecamera dell’ufficio postale. Non si può dire che abbia la placida andatura di una mamma che va a dare un’occhiata alle vetrine con la figlioletta, come invece sostenne quella sera a tragedia avvenuta. No, il suo è più che altro un passo frettoloso, per non dire isterico. Davanti a quello stesso impianto transiterà anche alle 22.49, quindi 27 minuti più tardi, assieme all’amica Aline, per tornare in piazza. Il primo elemento certo è dunque rappresentato dal range di quasi mezz’ora che racchiude questi due passaggi, importanti perchè permettono di dare una definizione temporale allo svolgersi degli eventi. Simone ha sempre affermato, pur fra mille contraddizioni, di aver compiuto un tratto ben preciso con Giuliana: via Martini, via Pescheria, via Mazzini e la pedonale che dopo aver costeggiato il Gattolè, si infila in una galleria e sfocia in piazza Rizzo. In meno di un chilometro circumnaviga il centro geografico di Oderzo, un percorso che si può comodamente completare in 7 minuti anche con un bimbo in braccio, anche sbirciando con nonchalance fra le vetrine, e senza farsi venire l’affanno. Ciò significa che se la Moreira l’ha compiuto, sarebbe potuta tornare entro le 22.29 alla Mercedes che aveva lasciato in piazza. Ma stanca di tenere su una bimba che non veniva alimentata da quasi 12 ore e che non voleva saperne di camminare, la donna ha detto agli inquirenti di essersi fermata due minuti a prendere fiato a metà del tragitto. Perciò si può stimare che abbia fatto capolino in piazza alle 22.31 e per raggiungere la passeggiata sotto l’argine, dove ha candidamente ammesso di essersi recata senza mai chiarirne le ragioni, se ne va un altro minuto. Troviamo così mamma e bambina immerse nella più completa oscurità e in un ambito isolato: sono le 22.32.

———————————————————————-La terza parte della ricostruzione video di Gazzettino.it riguarda le ipotesi sui luoghi della morte della bambina e quelle sulle responsabilità. Vi diciamo che cosa è accaduto per l’accusa e che cosa per la difesa, con l’avvertenza finale che ora dovranno essere gli otto giudici della Corte d’assise di Treviso a stabilire la verità

———————————————————————- *IN VIA FAUSTO COPPI DALL’AMICA ALINE

* Il successivo punto di riferimento è rappresentato dalla telefonata ad Aline delle 22.39, quando la brasiliana, già in auto alla frenetica ricerca della figlia, piomba in via Fausto Coppi dove abita l’amica a distanza abissale dal luogo dello smarrimento. Non è una chiamata fatta a caso: le due si conoscono da tempo e il giorno prima erano andate in giro per Oderzo facendo anche una parte del tragitto che la Moreira ha appena ripercorso con la bimba. Quando Aline riceve la telefonata, la Moreira è quasi sotto casa. Per arrivarci passa davanti al collegio Brandolini e poi va a sinistra verso località Tre Piere, praticamente in aperta campagna. Aline scende e si mette al volante. Solo allora viene chiamato il 112 (22.43) ma la concitazione è tale che l’operatore non riesce a capire nulla. Sono così costrette a fermarsi al comando di via Garibaldi per suonare il campanello e dare l’allarme perdendo altri istanti preziosi. Ciò fatto, percorrono poche centinaia di metri, parcheggiano davanti alla tabaccheria di via Umberto I e transitano sotto la telecamera alle 22.49. Un attimo prima, la brasiliana trova comunque il tempo di sostare sotto i portici per accendersi una sigaretta.

Bisogna però fare un passo indietro e tornare in via Fausto Coppi. Mantenendo una velocità spigliata e considerando la direzione che la modella brasiliana ha percorso, è a circa 4 minuti di macchina da piazza Rizzo. Ciò significa tre cose: che per raggiungerla bisognava mettersi al volante non oltre le 22.35. Dunque 22.32 sull’argine e 22.35 al volante: all’interno di questi orari ci sono i minuti chiave della vicenda. Secondo: che per giungere così rapidamente alla periferia di Oderzo non era possibile compiere adeguate ricerche in piazza e nelle immediate adiacenze. Terzo, che in linea teorica non c’era neppure margine per depositare la bimba sullo spartitraffico perdendo i due minuti successivi a frugare in auto alla ricerca di scarpine e cellulare. I tempi, semplicemente, non concordano perché la più generosa conclusione a cui si può giungere è che la brasiliana sia salita in macchina abbandonando la bimba sul posto senza neppure voltarsi indietro.

*INDAGINI IN UN VICOLO CIECO

* Inizialmente si fece strada l’ipotesi che una volta transitata con la piccola in braccio sotto la telecamera delle Poste alle 22.22, la mamma brasiliana avesse infilato il vicolo che porta sull’argine all’altezza dei pontini. La conferma indiretta che ciò non è accaduto viene da un terzo filmato, reso pubblico dieci giorni fa: si vede una coppia passeggiare mano nella mano davanti all’orafo che fa angolo proprio col vicoletto, mentre la Moreira, sempre con Giuliana aggrappata al collo, sfreccia a centrostrada. Per gettarsi nel vicolo avrebbe dovuto invertire la rotta a 90 gradi scartando verso destra, ma ciò fa a pugni con un’andatura così determinata. Pertanto è legittimo ritenere che Simone abbia assolutamente detto il vero quando afferma che continuò a camminare lungo via Martini facendo poi il giro già descritto. Il filmato delle 22.49, tra l’altro, è lì a dimostrarlo: solo un genio del crimine avrebbe potuto calcolare i tempi con tale precisione da rendere compatibili un tragitto a piedi e uno in auto col transito sotto la stessa telecamera 27 minuti più tardi, magari nell’inconsapevolezza che c’era la possibilità di acquisire la registrazione.

Questo spiega a posteriori come mai, dopo gli zii di Giuliana, la stessa Moreira abbia rivolto un appello a eventuali testimoni: quell’itinerario a piedi l’ha fatto. Ma se anche qualcuno l’avesse vista e uscisse dall’anonimato per confermarlo, ed è accaduto perché la coppia immortalata davanti all’orafo si è presentata ai carabinieri, ciò non sarebbe sufficiente a scagionare la modella perché i minuti cruciali non sono certo quelli della passeggiata con la bimba in braccio.

*UNA CHIUSA, MILLE SOSPETTI

* Siamo alla resa dei conti. Incidente od omicidio? Se una cosa esclude l’altra, quindi se l’evento accidentale non può essersi verificato, l’ovvia conclusione è che la bambina sia stata uccisa. Ma gli elementi che dovrebbero dimostrarlo, per quanto gravi e concordanti, sono soltanto indiziari perché nessuno è in grado di provare al di là di ogni ragionevole dubbio che la brasiliana abbia scaraventato la piccola nelle acque del fiume. È un po’ il senso delle sentenze di Cassazione e Riesame che hanno restituito la libertà alla madre anche se per legittimare il provvedimento i giudici, invece di invocare la pura e semplice mancanza di prove a carico della donna, si sono spinti a esplorare l’ipotesi opposta, cioè che la bimba sia finita dentro le acque in maniera autonoma.

Volendo dare un senso compiuto ai possibili accadimenti di quella sera nei tre minuti fatali, dobbiamo prima di tutto prendere in considerazione ciò che non può essere avvenuto. Uno: la bimba non può essere entrata nell’erba alta da sola ruzzolando poi nel canale per le tante ragioni già presentate ieri. Due: mamma e bimba non possono aver impegnato pendio o terrazzamenti erbosi perché, a parte la consistente difficoltà di arrivare al fiume, la Moreira calzava infradito del tutto inadatte ad affrontare quel tipo di terreno e lambire l’acqua avrebbe lasciato tracce di melma difficili da giustificare. Tre: scendere le scalette dei pontini non coincide con la tempistica perché avrebbe richiesto troppi minuti. Inoltre se la bimba fosse finita in acqua in corrispondenza delle cascate, la barriera di rocce affioranti le avrebbe procurato più di qualche escoriazione, senza contare che a valle ci sono un paio di isolotti dove il cadavere si sarebbe potuto arenare.

Come si vede, resta una sola alternativa: la chiusa. Per vicinanza geografica alla piazza risponde a tutti i criteri spazio-temporali necessari a soddisfare questa ricostruzione. Il volo è considerevole: poco meno di 5 metri, ma la corrente del Gattolè in uscita è molto forte e in corrispondenza dello sfogo oltre la chiusa può aver scavato il fondo garantendo così un livello di acqua sufficiente ad attutire l’impatto di un corpo relativamente leggero con i sedimenti limacciosi. Infine, il flusso dell’acqua si dirige con energia proprio verso il centro del Monticano senza che poi vi siano ostacoli al trascinamento a valle. Vanno però fatti i conti con la portata, che non era certo quella di adesso e dunque anche un esperimento oggi potrebbe rivelarsi problematico. Nel tentativo di condividere la teoria dell’incidente fortuito, la supposizione estrema potrebbe essere che, nel suo essere mamma sciagurata, la Moreira si sia lasciata sfuggire la bimba proprio sopra la passerella e rendendosi conto delle conseguenze di una simile negligenza, abbia poi deliberatamente detto di averla collocata altrove, cioè sullo spartitraffico, per allontanare sospetti che già ci sono, ma che in tal caso sarebbero stati schiaccianti.

Una simile teoria si sposa però poco e male con una dinamica minimamente credibile perché non c’è un punto della passerella dal quale la bimba possa essere precipitata in acqua autonomamente. Inoltre, a tragedia avvenuta, i comportamenti della Moreira non possono deporre a favore di un evento accidentale perché di fronte al fatto compiuto avrebbe dovuto mobilitare l’intera piazza, dalla gelateria, alla pizzeria, ai residenti. E ciò non è mai stato fatto.

*PAROLA ALLA CORTE D’ASSISE

* Oggi inizia il processo. Fatte tutte le debite considerazioni, la cosa che più balza all’occhio è la mancanza di un movente dai contorni precisi. Data l’instabile personalità della brasiliana a cui, va ricordato, non fu concesso l’affidamento della figlia al momento della separazione dal compagno, è inevitabile che in aula accusa e difesa si fronteggino su questo punto per stabilire se una vendetta fredda e calcolata poteva far parte del bagaglio psicologico della Moreira. Ma inchiodarla a una responsabilità così tremenda come l’aver ucciso una figlia è altra cosa. E c’è da credere che nessuno vorrebbe trovarsi al posto dei giudici togati e popolari chiamati a prosciogliere un’assassina o a incarcerare un’innocente.

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