Il Tirreno

La vittoria dei «no» nell’88 e il ruolo della Solvay oggi

«I veri sconfitti furono i partiti e le istituzioni»

di Maria Meini

ROSIGNANO – Il sindacato dieci anni dopo. Dieci anni dopo la vicenda Pvc, culminata con il referendum e la vittoria dei no. Un no che scoprì il volto di un’altra città, non più fabbrica-dipendente. In cui si cominciava a parlare di sviluppo compatibile, di economia diversificata, di ambientalismo. A dieci anni di distanza abbiamo sentito due dirigenti sindacali, Ugo Tarchi (Cgil) e Giuseppe Basolu (Uil), tra i protagonisti di quell’88, un anno che ha segnato una svolta non solo nel tessuto economico, ma anche sociale e politico di Rosignano.

Il risultato del referendum sul Pvc fu per certi versi inaspettato. Dopo dieci anni cosa resta nel sindacato di quell’esperienza?

Basolu: «A dieci anni di distanza ricordo un grande impegno e una grande convinzione nel sostenere quello che era un investimento storico per Rosignano. E al tempo stesso una grande delusione per aver perso l’occasione di un investimento del genere, a causa delle incomprensioni e della sottovalutazione da parte delle istituzioni. Un esempio? La gestione della consultazione referendaria, in cui per la prima e unica volta si è fatto votare i sedicenni. E ancora oggi si pagano gli esiti di questa scelta, perché le produzioni hanno preso altre strade».

Tarchi: «Dopo dieci anni resta ancora una profonda amarezza e tanta delusione. E’ stato un errore gravissimo fare quel referendum: abbiamo preso atto del risultato, ma quel risultato ha significato per Rosignano perdere un’occasione importante. Con conseguenze che in parte ancora oggi paghiamo. Per diverso tempo Rosignano è diventata sinonimo di una città che rifiutava gli investimenti produttivi. Da un lato i politici e le istituzioni che chiedevano nuovi investimenti, dall’altro il no al Pvc: era una contraddizione palese».

In questi mesi Solvay ha deciso di chiudere l’impianto di Pvc di Ferrara. Non avrebbe avuto la stessa sorte anche Rosignano?

Basolu: «No, al contrario. Quella di Ferrara è una storia a sé, con un impianto anomalo, di dimensione ridotta, che produce solo polimero e non monomero. Forse Ferrara avrebbe chiuso lo stesso, ma se avessimo avuto un impianto di Pvc a Rosignano avremmo avuto senz’altro maggiore competitività».

Tarchi: «Invece gli investimenti per diversificare la produzione non ci sono stati, e oggi si vive una situazione di insicurezza, di preoccupazione per le strategie aziendali».

Questo vuol dire che dal no al Pvc è iniziato il declino dell’industria a Rosignano?

Tarchi: «Con la realizzazione della turbogas c’è stata un’inversione di tendenza. Intorno alla fabbrica si è ricreata una vocazione industriale credibile. Ma il sindacato si era speso per un investimento che avrebbe chiuso l’anello, andando a definire il ciclo integrato. Oggi, invece, su tante produzioni ci dobbiamo chiedere se rimarranno…»

Ci sono impianti a rischio di chiusura?

Tarchi: «Non si può parlare di rischio, ma ci sono elementi che devono far riflettere. Prendiamo tutta la parte del cloro: il recente accordo internazionale raggiunto da Solvay e Basf mette in risalto i siti che trasformano il cloro in Pvc. La mancanza di quell’investimento a Rosignano, a distanza di dieci anni, lascia aperto un anello. Con tutte le problematiche connesse: dalle nuove normative sul trasporto del cloro al costo dell’energia… Avremo di che ripensare per eventi futuri».

Basolu: «Non parlerei di declino, ma di preoccupazioni che ci portiamo ancora appresso sì. C’è stata la turbogas, che è un intervento di consolidamento, ma ad esempio il cementificio non si è fatto, c’è stata l’opposizione all’estrazione del sale… Con il Pvc avremmo avuto un potenziamento produttivo, una maggiore diversificazione, ad esempio nella trasformazione: oltre al polietilene avremmo potuto avere altre materie plastiche, come il polipropilene…»

Il sindacato in dieci anni non ha trovato un motivo di autocritica? Rifarebbe esattamente quello che ha fatto?

Tarchi: «Io rifarei tutto quello che ho fatto dieci anni fa. Quel referendum è stato una sconfitta per noi? Io direi che lo sconfitto non è stato tanto il sindacato, quanto lo sono stati i partiti, le istituzioni e il territorio, che ha perso la sua grande occasione. E il tempo ci darà ragione».

Basolu: «Tutto quello che poteva e doveva dire il sindacato l’ha detto, in tutte le sedi. Non abbiamo niente da rimproverarci. Qualcun altro deve rimproverarsi: chi ha concesso il referendum, perché è chiaro che di fronte a un consenso elettorale le istituzioni non si sottraggono. E poi un referendum così anomalo, aperto ai sedicenni».

La gente ha detto no al Pvc. Ha detto no ad un certo sviluppo industriale, chiesto maggiore attenzione all’ambiente, alla qualità della vita. Il sindacato non ha percepito il voto popolare come un segnale di isolamento?

Basolu: «Uno scollegamento è scontato, soprattutto col sindacato della fabbrica, perché la fabbrica non rappresenta più la maggioranza dei cittadini, e lo sviluppo industriale non coincide necessariamente con le esigenze del bottegaio, del professore, del turismo.

Il sindacato è stato il primo sconfitto in questa vicenda, che ha pesato anche con i lavoratori, creando per un certo periodo di tempo una situazione di disagio perché, anche se non c’era unanimità, la maggior parte era a favore del Pvc, aveva creduto in questo investimento».

Cos’è cambiato dall’88?

Basolu: «In dieci anni il sindacato è cambiato: non è più esclusivamente rivendicativo, di contrapposizione alle scelte aziendali, ma concertativo. E c’è maggiore attenzione allo sviluppo sostenibile. Il sindacato aderisce alle iniziative che coinvolgono i cittadini e chiede all’azienda sicurezza e prevenzione per tutti: e questo lo fa sempre, non in vista di appuntamenti elettorali».